EMILE ZOLA.
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ROMA. (da: LE TRE CITTÀ).
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Parte 1.
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1923. STEN Editrice (già Azienda della Società Tipografico-Editrice Nazionale di Roux e Viarengo, Marcello Capra, Angelo Panizza. TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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CENNI SULL'AUTORE.
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Emile Édouard Charles Antoine Zola (Parigi, 2 aprile 1840 – Parigi, 29 settembre 1902) è stato uno scrittore, giornalista, saggista, critico letterario, filosofo e fotografo francese. 
Figlio di un ingegnere veneziano e di una francese, visse dal 1843 a Aix-en-Provence, dove, perduto il padre nel 1847, compì i primi studi, assistito dalla madre; fu coetaneo e amico di P. Cézanne. A diciotto anni, tornò a Parigi con la madre; non poté accedere all'università e, stretto dal bisogno, s'impiegò assai modestamente presso la casa editrice Hachette. Si affermò dapprima come critico d'arte, assumendo la difesa dell'impressionismo. Il suo primo romanzo degno di nota è Thérèse Raquin, dove già si osserva una preoccupazione "scientifica"; quindi vagheggiò un grande ciclo di romanzi, fondato su "documenti umani", secondo i canoni del nascente naturalismo. Attese all'esecuzione del ciclo, che comprende venti romanzi per oltre un ventennio, accentuando sempre più la minuziosa osservazione della vita del suo tempo, senza rifuggire da immagini anche brutali e da particolari audaci, scegliendo per ciascun romanzo un ben preciso ambiente che egli puntualizzava con una documentazione capillare e diretta. Nelle polemiche provocate dall'"affaire Dreyfus" prese coraggiosamente ed energicamente posizione a favore dell'innocente attraverso una serie di articoli culminati nella lettera aperta al presidente della Repubblica pubblicata sull'Aurore del 13 genn. 1898 (nota con il titolo di J'accuse), che gli procurò un processo e una condanna che lo costrinsero a rifugiarsi in Inghilterra.
Zola accompagnò la sua opera di romanziere con tutta una serie di scritti critici e polemici.
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ROMA.
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1.
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Durante la notte il treno aveva avuto molti ritardi tra Pisa e Civitavecchia, e stavano per suonare le nove antimeridiane quando l'abate Pietro Froment, dopo un arduo viaggio di venticinque ore, scendeva a Roma. Aveva portato seco una sola valigia; balzò rapidamente dal vagone, in mezzo alla ressa dell'arrivo, scostando i fattorini che si avvicinavano premurosi, portando da sè il leggero bagaglio, nella fretta che provava di essere arrivato, di sentirsi solo e di vedere. E, subito, davanti alla stazione, essendo salito in una delle piccole carrozzelle scoperte, disposte lungo il marciapiede, si pose accanto la valigia, dopo aver dato l'indirizzo al cocchiere:
- Via Giulia, palazzo Boccanera.
Era un lunedì, il tre di settembre; una mattina dal cielo limpido, d'una purezza, d'una dolcezza mirabile. Il cocchiere, un ometto tondo, dagli occhi lustri, dai denti bianchi, ebbe un sorriso nel riconoscere, dall'accento, un prete francese. Sferzò il magro ronzino, e la carrozza partì colla velocità delle carrozzelle romane, così linde, così allegre. Ma quasi subito, giunto sulla piazza delle Terme dopo aver fiancheggiato gli alberi del piccolo giardino verdeggiante, l'uomo si volse, sempre sorridente, ad indicare, colla frusta, le rovine.
- Le Terme di Diocleziano ? disse in un cattivo francese da cocchiere premuroso, che desidera di andare a genio ai forestieri per assicurarsi la loro clientela.
La carrozza scese di corsa il dolce pendìo della via Nazionale che cala dalle alture del Viminale, dove è la stazione. E, da allora in poi, non smise più, voltando la testa ad ogni monumento, indicandolo con lo stesso gesto.
Da una settimana che aveva deciso il viaggio, Pietro passava i giorni a studiare la topografia di Roma con libri e carte. Avrebbe quindi potuto dirigersi senza domandare la strada, e le spiegazioni lo trovavano già ragguagliato.
Quello che lo sviava però erano quei pendìi improvvisi, quei su e giù continui. In quel tratto di larga via nuova, non v'erano che fabbriche recenti. A destra, fra un edificio e l'altro, sorgevano delle macchie di alberi in cima alle quali si allungava un interminabile edificio squallido e giallastro ? convento o caserma.
- Il Quirinale, il palazzo del Re ? disse il cocchiere.
Ma il movimento della sua frusta si fece più largo, la sua voce si fece più forte sebbene un po' ironica, quando accennò a sinistra una immensa costruzione ancor fresca e di recente imbiancatura, tutt'un edificio gigantesco di sassi, sopraccarico di sculture, di cornici e di statue.
- La Banca Nazionale.
Più giù, mentre la carrozza svoltava in una piazza triangolare, Pietro, che alzava gli occhi, fu scosso scorgendo a grande altezza, sorretto da un largo muro liscio, un giardino pensile, dove si rizzava nel cielo limpido il profilo baldo ed elegante di un pino ombrellifero centenario. Sentì tutto l'orgoglio e la grazia di Roma.
- La villa Aldobrandini.
Poi, più in là ancora, fu una rapida visione che compì l'incanto.
La via faceva all'improvviso un altro gomito quando, nell'angolo, da una larga apertura, irruppe un fascio di luce. Era, in fondo, una piazza bianca, come un pozzo di sole, di un'abbagliante polvere dorata; ed in quella luminosità d'aurora il sorgere gigante di una colonna di marmo, tutta indorata dalla parte dove, da secoli, l'astro irradiava, spuntando.
Meravigliò quando il cocchiere gliene disse il nome, perché non se l'era figurata così, in quell'abisso abbarbagliante tra le ombre vicine.
- La colonna Traiana.
Appiè dell'erta, la via Nazionale faceva un'ultima svolta. E, nel rapido trotto del cavallo, l'uomo gettò una serie di nomi: il palazzo Colonna di cui il giardino è listato da magri cipressi; il palazzo Torlonia, mezzo sventrato per nuove migliorie; il palazzo di Venezia, nudo e formidabile, con le sue mura a smerli, la sua severità tragica da rôcca del medio-evo, scordata nella vita borghese dell'oggi. Lo stupore di Pietro cresceva di fronte all'aspetto impreveduto delle cose. Ma il colpo fu particolarmente forte quando il cocchiere accennò trionfante, con la frusta, il Corso, una lunga via angusta, larga appena come la via S. Onorato a Parigi, bianca di sole a sinistra, nera d'ombra a destra, in capo a cui la lontana piazza del Popolo formava come una stella di luce. Era questo dunque il cuore della città, la passeggiata celebre, l'arteria vivente dove rifluiva il sangue di Roma?
La carrozza si metteva già pel Corso Vittorio Emanuele, che continua la via Nazionale, le due aperture con cui si è tagliata a parte a parte l'antica città, dalla stazione al ponte Sant'Angelo. A sinistra l'abside del Gesù era tutta imbiondata per l'allegrezza mattutina. Poi, tra la chiesa ed il massiccio palazzo Altieri, che non si era osato atterrare, la via si strozzava, penetrava in un'ombra umida, glaciale. E, al di là, davanti alla facciata del Gesù, sulla piazza, il sole ricompariva, sfolgorante, svolgendo le sue onde dorate; mentre in lontananza, a capo della via d'Aracoeli, sommersa nell'ombra anch'essa, ricomparivano i palmizi soleggiati.
- Il Campidoglio, laggiù ? disse il cocchiere.
Il prete si sporse rapidamente. Ma non vide che una macchia verde, in fondo all'andito tenebroso.
Era penetrato da una specie di brivido, in quelle alternative subitanee di calda luce e d'ombra fredda. Davanti al palazzo di Venezia, davanti al Gesù, gli era parso che tutta la notte dei giorni antichi gli agghiacciasse le spalle; poi era, ad ogni piazzale, ad ogni allargarsi delle vie nuove, un ritorno nella luce, nella dolcezza tepida e gaia della vita. I fasci di sole giallo piovevano dalle facciate, profilando distintamente le ombre violacee. Fra le tettoie si scorgevano delle striscie di cielo molto limpido, molto azzurro. Ed egli sentiva nell'aria che respirava un sapore particolare, ancora indistinto, un sapore di frutto che accresceva in lui la febbre dell'arrivo.
Ad onta della sua irregolarità, il Corso Vittorio Emanuele è una bellissima via moderna, e Pietro poteva credersi in una capitale qualunque, con grandi edifizi fabbricati dalla speculazione. Ma quando passò davanti alla Cancelleria, il capolavoro del Bramante, il monumento tipico del Rinascimento romano, la sua meraviglia rinacque, la sua mente tornò a quei palazzi che aveva già intraveduto, a quell'architettura nuda, colossale e massiccia, a quegli immensi cubi di sasso, simili ad ospedali o prigioni. Non si sarebbe mai immaginato in tal forma i famosi palazzi romani, senza grazia nè fantasia, senza magnificenza esterna. Era evidentemente molto bello, finirebbe coll'intenderlo, ma gli toccherebbe riflettervi.
Ad un tratto, la carrozza lasciò il popoloso Corso Vittorio Emanuele, penetrando in vicoli tortuosi, dove stentava a passare. S'era diffusa la calma, era riapparso il deserto, la vecchia città sopita e fredda, all'uscire dal sole raggiante e dalla ressa della città nuova. Egli si ricordò le carte consultate, si disse che s'avvicinava alla via Giulia; e la sua curiosità sempre crescente si fece acuta a segno da farlo soffrire nell'ansia di non aver potuto veder di più, sapere di più.
Nello stato di febbre in cui viveva dacchè era partito, la sorpresa che subiva nel non trovar le cose come si aspettava di trovarle, i colpi che la sua imaginazione aveva ricevuto, accrescevano la sua smania, dandogli l'acuta e immediata bramosìa di appagarla.
Scoccavano appena le nove ed egli aveva tutta la mattina per presentarsi al palazzo Boccanera; perchè dunque non si faceva condurre subito al punto classico, alla cima da cui si vedeva Roma tutt'intera, sparsa sulle sue sette colline?
Quando questo pensiero lo ebbe invaso, lo torturò tanto che dovette finire coll'arrendersi.
Il cocchiere non si voltava più; Pietro si rizzò per gridargli il nuovo indirizzo:
- A San Pietro in Montorio.
Sulle prime l'uomo stupì, parve non intendesse. Con la frusta accennò che era lassù, lontan lontano.
Finalmente, siccome il prete insisteva, tornò a sorridere bonariamente, con un'amichevole scrollata del capo.
Bene, bene! Egli ci stava!
Ed il cavallo ripartì con passo più rapido, in mezzo al dedalo delle strette viuzze.
Ne seguì una, strozzata fra alte mura, dove il sole scendeva come in fondo ad una trincea. Poi, in fondo, vi fu un subitaneo rientrare nella luce, si attraversò il Tevere sul ponte di Sisto quarto, mentre a destra ed a sinistra si stendevano dei nuovi scali, fra lo scompiglio e le calci fresche delle costruzioni recenti.
Dall'altra parte anche il Trastevere era sventrato; e la carrozza salì l'erta del Gianicolo per una via che recava su grandi lastre il nome di Garibaldi. Un'ultima volta il cocchiere fece il suo gesto di orgoglio bonario nel dire il nome di quella via trionfale:
- Via Garibaldi.
Ed il cavallo aveva dovuto mettersi al passo, e Pietro, preso da una impazienza infantile, si voltava per vedere mano mano, dietro di lui, la città che si stendeva e si rivelava. La salita era lunga, nuovi rioni sorgevano sempre fino alle colline remote.
Poi, nell'emozione crescente che gli faceva battere il cuore, trovò che guastava l'appagamento del suo desiderio dividendolo in particelle in quella lenta e parziale conquista dell'orizzonte. Voleva avere il colpo in piena faccia, Roma tutta intera veduta in uno sguardo, la città raccolta, abbracciata in un solo amplesso. Ed ebbe l'energia di non voltarsi più, nonostante lo slancio di tutto l'esser suo.
In cima si alza una vasta terrazza: colà si trova la chiesa di San Pietro in Montorio, sul posto dove, a quanto si dice, San Pietro è stato crocifisso. La piazza è nuda e fulva, arsa pei grandi solleoni dell'estate, mentre di dietro, un po' più in là, le acque chiare e scroscianti dell'Acqua Paola piovono in larghi rivi gorgoglianti dalle tre conche della fontana monumentale, in eterna frescura.
E lungo il parapetto che ricinge il terrazzo, a picco sul Trastevere, stanno sempre in fila dei viaggiatori, degli inglesi sottili, dei tedeschi tarchiati, a bocca aperta nella ammirazione tradizionale, con in mano la loro Guida che consultano per riconoscere i monumenti.
Pietro balzò leggermente dalla carrozza, lasciando la valigia sul sedile e facendo segno al cocchiere di aspettarlo; cosa che questi fece andando a mettersi presso altre carrozzelle, e restando filosoficamente in serpa, in pieno sole, con la testa bassa come il suo cavallo, entrambi anticipatamente rassegnati alla lunga stazione consueta.
E già Pietro guardava con tutta la forza visiva, con tutta l'anima, in piedi vicino al parapetto, nella stretta sottana nera, colle mani nude, convulsivamente intrecciate e ardenti per l'interna febbre. Roma, Roma! La città dei Cesari, la città dei papi, la città eterna che, due volte, ha conquistato il mondo, la città predestinata del sogno ardente che faceva da mesi! Era là, finalmente, egli la vedeva! Nei giorni precedenti, dei temporali avevano temperato la gran caldura d'agosto. Quella mirabile mattina di settembre si espandeva fresca, nel chiaro azzurro del cielo senza macchie, infinito. Ed era una Roma sommersa di dolcezza: una Roma di visione che sembrava si andasse dileguando nel limpido sole del mattino. Una leggera nebbia azzurrognola vaporava sui tetti dei rioni più bassi, appena sensibile, di una delicatezza da velo: mentre la campagna immensa, i monti lontani si perdevano in un roseo sbiadito. Sulle prime egli non giunse a discernere nulla, non volendo soffermarsi ad alcun particolare ? si dava a Roma tutt'intera, al colosso vivente, steso là davanti a lui, su quel suolo fatto della polvere delle generazioni. Ogni secolo ne aveva rinnovato la gloria come sotto le linfe di una gioventù immortale. E quello che lo colpiva, che in quel primo incontro gli affrettava i battiti del cuore, in forti pulsazioni, era il trovarla come desiderava, quella Roma aurorale e ringiovanita, d'una allegrezza alata, quasi immateriale, e tutta sorridente della speranza d'una vita novella, in quel mattino così puro d'una bella giornata.
Allora Pietro, immobile rimpetto all'orizzonte, con le mani sempre intrecciate e roventi, rivisse in pochi momenti gli ultimi tre anni della sua vita.
Ah! che annata terribile, la prima, quella passata da lui in fondo alla sua casina di Neuilly, con le porte e le finestre chiuse, rintanato come un bruto ferito che agonizza!
Egli ritornava da Lourdes con l'anima morta, il cuore insanguinato, non avendo più in sè altro che delle ceneri. Il silenzio e la notte erano calati sulle rovine del suo amore e della sua fede. Giorni e giorni scorsero senza che sentisse le sue vene pulsare, senza che una luce sorgesse a rischiarare le tenebre del suo abbandono. Egli viveva automaticamente, aspettando di avere il coraggio di riprendere l'esistenza, in nome della ragione sovrana che gli aveva fatto compiere il sacrifizio di ogni cosa. Perchè dunque non era più resistente e più forte? Perchè non uniformava tranquillamente la sua vita alle sue nuove certezze? Giacchè rifiutava di abbandonare la sottana, fedele ad un amore unico e riluttante allo spergiuro, perchè non si dava per còmpito qualche scienza lecita ad un sacerdote: l'astronomia o l'archeologia? Ma qualcuno piangeva in lui, sua madre forse, un'immensa disperata tenerezza che nulla ancora aveva saziato, che si disperava senza posa di non poter appagare. Era la sofferenza incessante della solitudine, la piaga rimasta aperta nella eccelsa dignità della ragione riconquistata.
Poi una sera d'autunno, sotto un triste cielo nevoso, il caso lo mise in rapporto con un vecchio sacerdote, l'abate Rose, vicario a Santa Margherita, nel sobborgo di Sant'Antonio.
Egli andò a trovarlo in fondo all'umido pianterreno che abitava in via Charonne; tre stanze trasformate in asilo pei bambini abbandonati che raccoglieva nelle vie vicine. E da quel momento in poi, la sua vita cambiò, un interesse nuovo ed onnipotente v'era entrato, ed egli era divenuto, a poco a poco, l'assistente fervido del vecchio prete.
Da Neuilly a via Charonne la strada era lunga. Sulle prime egli non la fece che due volte la settimana; poi si mosse tutti i giorni, uscendo la mattina per non tornare che alla sera. Le tre stanze essendo ormai insufficienti, prese in affitto il primo piano e vi si riserbò una camera, dove finì col passare spesse volte la notte; e tutte le sue piccole entrate sfumarono in quel soccorso immediato dato all'infanzia in miseria: ed il vecchio prete, beato, commosso fino alle lagrime da quella devozione giovanile che gli pioveva dal cielo, l'abbracciava piangendo chiamandolo il figlio di Dio.
Allora Pietro conobbe la miseria, la scellerata ed abbominevole miseria! visse di lei, con lei per due anni. La cosa s'iniziò con quelle creaturine che raccoglieva sul lastrico, che la carità dei vicini gli conduceva, ora che l'asilo era conosciuto; dei maschietti, delle bambine, degli esserini minuscoli abbandonati per le vie mentre padre e madre lavoravano, bevevano o morivano. Spesso il padre era scomparso, la madre si prostituiva, l'ubbriachezza ed il vizio erano entrati in casa collo sciopero: e la nidiata allora si sbandava, i più giovani crepando di fame o di freddo sul lastrico, i maggiori prendendo la via del vizio o del delitto. Una sera, in via Charonne, aveva ritirato di sotto alle ruote di un carro due maschietti, due fratellini che non potevano neppure dargli un indirizzo, ignorando d'onde erano venuti.
Un'altra sera rincasò con una bambina tra le braccia, un angioletto di tre anni appena, trovata sotto a una panchina, e che piangeva dicendo che la sua mamma l'aveva lasciata là. E più tardi, per forza, risalì da quei magri e miseri uccelletti caduti dal nido, ai genitori; fu indotto a penetrare dalla via negli stambugi, cacciandosi ogni giorno più avanti in quell'inferno, finchè insanguinato il cuore, disperato per angoscia paurosa e carità vana, ne conobbe tutto lo spaventoso orrore.
Ah! quella dolente città della miseria, quell'abisso senza fondo della decadenza e dello spasimo umano! quali viaggi terribili egli vi fece, durante quei due anni che misero in scompiglio l'esser suo! In quel quartiere di Santa Margherita, nel cuore stesso di quel sobborgo S. Antonio così attivo, così coraggioso nel lavoro, scoprì delle case sordide, dei vicoli interi di catapecchie senza luce, senz'aria, di una umidità di cantina, in cui stava sepolta, in cui agonizzava, ammorbata, tutta una popolazione di miserabili.
Lungo le scale vacillanti il piede scivolava sulle immondizie accumulate. Ad ogni passo si rinnovava lo stesso squallore, giunto alla promiscuità, al sudiciume più vile. Mancavano i vetri alle finestre; il vento faceva impeto; la pioggia entrava a fiumi. Molti dormivano sui nudi mattoni, senza mai spogliarsi. Nè mobili, nè biancheria, una vita da bestia che si appaga e si sfoga come può, secondo l'istinto e gli incontri; là dentro, in un mucchio, tutti i sessi, tutte le età; l'umanità tornante allo stato animale perchè spodestata del necessario, perchè piombata in tale indigenza che in quelle tane si contendevano a morsi le briciole spazzate dalla tavola del ricco. Ed il peggio era quella degradazione della natura umana; non più il selvaggio libero che se ne va, nudo, alla caccia, mangiando la sua preda nelle foreste primitive, ma l'uomo incivilito ridiventato bruto, con tutte le tracce della decadenza, contaminato, abbrutito, infiacchito, in mezzo al lusso ed alle raffinatezze di una città regina del mondo.
In ogni famiglia Pietro trovava la stessa storia; all'esordio, la gioventù, l'allegria, la legge del lavoro coraggiosamente accettata. Poi veniva la stanchezza: lavorare sempre per non esser mai ricchi, a che pro? L'uomo si metteva a bere per darsi il gusto di aver la sua parte di felicità ? la donna si faceva tarda nelle cure di casa, bevendo anch'essa alle volte, lasciando i figli crescere a casaccio. L'ambiente deplorevole, l'ignoranza e l'agglomeramento facevano il resto. Più spesso ancora il gran colpevole era lo sciopero: non si contenta quello sciopero di vuotare il cassetto dei risparmi, esaurisce il coraggio, abitua all'accidia.
Per settimane, gli stabilimenti si vuotano, le braccia diventano fiacche. Impossibile di trovare in quella Parigi così febbrilmente accesa d'attività, il più piccolo lavoro da fare. E l'uomo alla sera rincasa piangendo, avendo offerto dappertutto le sue braccia, non essendo nemmeno riuscito a farsi prendere per spazzare le vie, perchè quell'impiego è ricercato e ci vogliono delle protezioni per ottenerlo. Non era una cosa mostruosa questa, un uomo che sul lastrico di quella capitale dove risplendono, dove risuonano dei milioni, cerca del lavoro per mangiare e che non lo trova e non mangia? La donna non mangia, i ragazzi non mangiano. Ed allora con la fame cieca, con l'abbrutimento, con la ribellione, tutti i vincoli sociali sono infranti, sotto quell'atroce ingiustizia di povere creature che la propria debolezza condanna a morte.
Ed il vecchio operaio, quegli di cui cinquant'anni di dura operosità avevano logorato le membra, senza che riuscisse a mettere da parte un soldo, su qual giaciglio di agonia stramazzava per morire, in fondo a quale soffitta?
Bisognava dunque finirlo con un colpo di martello, come una bestia da soma sfiancata, il giorno in cui, non lavorando più, non mangiava più? Quasi tutti andavano a morir all'ospedale. Altri sparivano ignorati, portati via dal torrente fangoso delle strade. Una mattina, in fondo a uno stambugio infame, sopra un mucchio di foglie fradicie, Pietro ne scoprì uno, morto di fame, dimenticato là da una settimana e di cui i topi avevano divorato la faccia.
Ma fu una sera dell'ultimo inverno che la sua pietà traboccò. D'inverno, i patimenti dei miserabili diventano atroci nelle tane senza fuoco in cui la neve entra dalle fessure. La Senna travolge ghiaccio, il terreno ne è coperto, ogni sorta di industrie sono costrette allo sciopero. Dei cenciaiuoli, forzati al riposo, truppe di uomini se ne vanno a piedi nudi, appena coperti, affamati e sospirosi, portati via da improvvise calate di tisi. Egli trovava delle famiglie, delle donne con cinque o sei figli, accoccolati in un mucchio per riscaldarsi, e che non avevano mangiato da tre giorni.
E in quella sera terribile penetrò primo in fondo ad un andito buio, in una stanza d'orrore dove una madre si era suicidata coi suoi cinque piccini, per disperazione, per fame; un dramma della miseria di cui tutta Parigi doveva rabbrividire per alcune ore.
Non più mobili, nè biancheria: avevano dovuto vendere tutto, capo per capo, al rigattiere vicino. Null'altro che il fornello di carbone ancora fumante. Sopra un saccone semivuoto, la madre era caduta, allattando l'ultimo nato: un bambino di tre mesi, ed una goccia di sangue stillava dal capezzolo, verso cui si stendevano le labbra avide del piccolo morto.
Colà le due bambine, di tre anni e cinque anni, due belle biondine, dormivano anch'esse, l'una a fianco dell'altra, l'ultimo sonno; mentre, dei due maschi, maggiori delle sorelle, l'uno s'era assopito con la testa fra le mani, accoccolato vicino alla porta, mentre l'altro, aveva agonizzato in terra, dibattendosi come se si fosse trascinato sulle ginocchia per aprire la finestra.
Alcuni vicini raccontavano la volgare, l'atroce storia: una lenta rovina, il padre che non trovava lavoro, che forse si abbandonava al bere, il padrone di casa, che, stanco di aspettare, minacciava lo sfratto, e la madre che perdeva la testa, voleva morire, persuadendo la sua nidiata a morire con lei, mentre il suo uomo, uscito fino dal mattino, correva invano per la città. Mentre il commissario giungeva per la constatazione, quell'infelice tornò: e quando ebbe veduto, quando ebbe inteso, stramazzò come un bue accoppato, si diede ad urlare; un lamento che non finiva più, un tal grido di morte che tutta la via atterrita ne piangeva.
Quel grido orribile di una razza condannata che finisce nell'abbandono e nella fame, Pietro lo aveva portato via in fondo alle orecchie, in fondo al cuore, e non potè mangiare, non potè prender sonno quella sera.
Era possibile un simile abbominio, uno squallore così assoluto, la tetra miseria che mette capo alla morte, in mezzo a quella Parigi, rigurgitante di ricchezze, ebbra di godimenti, che semina dei milioni nelle vie per gioire? E che? Da una parte delle sostanze così cospicue, l'appagamento di tanti capricci inutili, delle vite in cui si concentrano tutte le felicità e dall'altra una povertà accanita, nulla, neppure del pane, nessuna speranza, le madri che uccidevano i loro lattanti, a cui non avevano più altro da dare che il sangue delle loro mammelle inaridite! Ed un impeto di ribellione lo assalse: ebbe coscienza per un attimo dell'inutilità derisoria della carità. A che scopo fare quello ch'egli faceva, raccogliere i piccini, recare dei soccorsi ai genitori, prolungare i patimenti dei vecchi?
L'edificio sociale era infradiciato nella base, tutto stava per precipitare nel fango e nel sangue. Soltanto un grande atto di giustizia poteva spazzar via il mondo antico per ricostruire il nuovo. Ed in quel momento egli sentì così chiara e distinta l'irreparabile rottura, il male senza rimedio, il cancro di miseria, certamente mortale, che comprese i violenti, pronto egli stesso ad accettare il nembo devastatore e purificatore, la terra rigenerata dal ferro e dal fuoco, come un tempo, allorchè il Dio terribile mandava l'incendio per risanare le città maledette.
Ma quella sera l'abate Rose, uditolo a singhiozzare, lo rimproverò paternamente. Quell'abate era un santo di una soavità ed una speranza infinita. Disperare, gran Dio! quando c'è il Vangelo! La massima divina, "amatevi gli uni gli altri", non bastava essa forse alla salute del mondo? Egli aveva orrore delle violenze e diceva che per grande che fosse il male se ne verrebbe a capo presto; ad ogni modo, il giorno in cui si tornerebbe indietro, all'epoca d'umiltà, di semplicità e di purezza, in cui i cristiani vivevano come fratelli innocenti.
Quale squisita pittura faceva della società evangelica, di cui evocava con placida letizia il rinascimento, quasi dovesse avverarsi l'indomani! E nel suo bisogno di sfuggire allo atroce incubo della giornata, Pietro finì col sorridere, col compiacersi ne l'ascoltare quella dolce parola consolatrice. Parlarono fin tardi e ripresero nei giorni successivi quell'argomento di conversazione che era caro al vecchio sacerdote, il quale si diffondeva sempre in nuovi particolari, parlando del regno già prossimo dell'amore e della giustizia, con la commovente convinzione di un brav'uomo che era sicuro di non morire senza aver veduto Dio sulla terra.
Allora una nuova evoluzione si fece in Pietro.
L'esercizio della carità, in quel quartiere povero, lo aveva condotto ad un intenerimento sconfinato; il suo cuore veniva meno, sbigottito, torturato da quella miseria che disperava di poter mai sanare. E, sotto quel risveglio del sentimento, sentiva certe volte la ragione che si arrendeva: egli tornava all'infanzia, alla sete di tenerezza universale che la madre aveva messa in lui, immaginando dei conforti chimerici, aspettando un aiuto da forze ignorate. Poi il suo timore, il suo odio della brutalità dei fatti, lo spinse definitivamente al sogno sempre più intenso della salvezza mercè l'amore. Era più che tempo di scongiurare la spaventosa catastrofe inevitabile, la guerra fratricida delle classi che porterebbe via il mondo antico, condannato a sparire sotto l'accumularsi dei suoi delitti. Convinto com'era che l'ingiustizia era salita al colmo, che stava per suonare l'ora di vendetta in cui i poveri costringerebbero i ricchi alla ripartizione, egli si piacque da allora in poi a sognare una soluzione pacifica, il bacio di pace fra tutti gli uomini, il ritorno alla morale pura del Vangelo, come Gesù lo aveva predicato. Sulle prime dei dubbi lo torturarono: era possibile quel ringiovanimento dell'antico cattolicismo? Si potrebbe ricondurlo alla gioventù, al candore del cristianesimo primitivo?
S'era messo allo studio, leggendo, interrogando, infervorandosi sempre più per quella gran questione del socialismo cattolico, la quale faceva appunto molto chiasso allora, e nel suo brivido di pietà pei miserabili, preparato com'era al miracolo della fraternità, perdeva a poco a poco gli scrupoli suggeriti dalla intelligenza, si persuadeva che il Cristo dovesse venire per la seconda volta a riscattare l'umanità dolente. Infine quel concetto gli si formulò chiaramente nello spirito, in questa certezza: che il cattolicismo purificato, ricondotto alla sua origine, poteva essere l'unico patto, la legge suprema che salverebbe la società attuale, scongiurando la crisi sanguinosa da cui era minacciata. Due anni prima, quando aveva lasciato Lourdes, stomacato da quella bassa idolatria, con la fede spenta per sempre, eppur l'anima conturbata davanti all'eterno bisogno del divino che tormenta la creatura, un grido saliva in lui, dall'intimo dell'esser suo: una nuova religione! una nuova religione! Ed oggi, era quella nuova religione o meglio quella religione rinnovata che gli sembrava di avere scoperto, in uno scopo di salvezza sociale, valendosi per la felicità umana della sola autorità morale che si reggesse ancora in piedi ? la futura organizzazione del più mirabile congegno che si sia mai temprato pel governo dei popoli.
Durante quel periodo di lenta formazione attraversato da Pietro, due uomini ebbero, all'infuori dell'abate Rose, una grande influenza su di lui. Una buona azione lo aveva messo in rapporto con monsignor Bergerot, un vescovo che il papa aveva appunto fatto cardinale, in premio di tutt'una vita di carità ammiranda, nonostante la tardiva opposizione dei suoi famigliari, che subodoravano nel prelato francese uno spirito indipendente, un uomo che reggeva da padre la sua diocesi; e Pietro si infervorò anche più al contatto di quell'apostolo, di quel pastore d'anime, uno di quei capi semplici e buoni che augurava alle comunità future.
Ma il suo incontro col visconte Filiberto della Choue presso un'associazione cattolica di operai fu ancora più decisivo pel suo apostolato. Il visconte, un bell'uomo, dal portamento militare, dalla faccia lunga e nobile, sciupata dal naso a linea spezzata e troppo piccolo, che stava quasi a significare l'ultimo sforzo incompleto d'una natura mal equilibrata, era uno dei più operosi agitatori del socialismo cattolico francese. Possedeva delle vaste tenute ed una sostanza cospicua, sebbene, a quanto si diceva, delle cattive speculazioni agricole gliene avessero già portata via quasi la metà. S'era studiato di istituire nel suo dipartimento delle fattorie-modello in cui aveva applicato le sue idee in materia di socialismo cristiano, ed anche in quelle non pareva che il successo lo incoraggiasse. Gli avevano valso soltanto la sua nomina a deputato, ed egli parlava alla Camera, esponendo il programma del partito in lunghi discorsi sonori. D'uno zelo instancabile, guidava anche dei pellegrinaggi a Roma, presiedeva delle adunanze, dava delle conferenze, dedicandosi specialmente al popolo, di cui, come diceva nell'intimità, la conquista soltanto poteva assicurare il trionfo della Chiesa. Ed ebbe così una influenza grandissima su Pietro, che ammirava ingenuamente in lui le qualità di cui si sentiva privo, uno spirito di organizzazione, una volontà militante un po' ingarbugliata, concentrata tutta intera nel còmpito di far risorgere in Francia la società cristiana. Il giovine prete imparò molto nel frequentarlo, ma restò ciononostante il sognatore, i di cui voti, sdegnosi delle necessità politiche, andavano diritti alla città futura della felicità universale; mentre il visconte aveva la pretesa di seppellire l'idea liberale dell'89, valendosi, per ottenere la ripristinazione del passato, delle delusioni e degli sdegni della democrazia.
Pietro passò dei mesi beati. Nessun neofita visse mai così esclusivamente per la felicità altrui. Egli fu tutto amore, arso dalla passione del suo apostolato. Quel miserando popolo di uomini senza lavoro che visitava, di madri e di figli senza pane, gli infondeva la certezza sempre maggiore che una nuova fede stava per sorgere, per metter fine ad un'ingiustizia di cui il mondo ribelle stava per perir violentemente; e quel rifiorire del prisco cristianesimo, ed egli era deciso a contribuire a quell'intervento divino, ad affrettarlo con tutte le posse dell'esser suo. La sua fede cattolica rimaneva morta, non credeva più ai dogmi, ai misteri, ai miracoli. Ma gli bastava una speranza: quella che il Vangelo potesse ancora far del bene, assumendo la direzione dell'irresistibile movimento democratico moderno, per evitare alle nazioni la catastrofe sociale che le minacciava.
La sua anima s'era acquietata dacchè s'era presa questa missione di infondere di nuovo il Vangelo nel cuore del popolo affamato e ruggente dei sobborghi. Agiva soffrendo meno dell'atroce vuoto riportato da Lourdes, e siccome non interrogava più sè stesso, così l'angoscia del dubbio non lo struggeva più. Era colla serenità d'un semplice dovere compiuto che continuava a dir messa. Finiva anzi col pensare che il mistero che celebrava così, che tutti i misteri ed i dogmi non erano in fin dei conti che dei simboli, dei riti, necessari all'infanzia dell'umanità e di cui si potrebbe svincolarsi poi, quando l'umanità fatta adulta, purificata e colta, potrebbe sostenere lo sfolgorìo della verità nuda.
E nel suo zelo di esser utile, nella sua smania di proclamare ad alta voce la propria credenza, Pietro s'era trovato un giorno a tavolino, scrivendo un libro.
La cosa s'era fatta spontaneamente, quel libro usciva da lui come un appello del cuore, all'infuori di ogni idea letteraria. Il titolo gli era fiammeggiato davanti all'improvviso, una notte in cui non aveva preso sonno: La Roma nuova.
E diceva tutto ? non è vero? ? quel titolo, poichè non era da Roma, l'eterna e la santa, che doveva avere origine il riscatto dei popoli? L'unica autorità ancor esistente si trovava là, il ringiovanimento non poteva fiorire che nella terra sacra in cui era cresciuta la vecchia quercia cattolica. In due mesi scrisse il libro, che preparava da un anno, senza averne coscienza, con pochi studi sul socialismo contemporaneo. V'era in lui come un ardore lirico di poeta; alle volte gli sembrava di sognare quelle pagine, mentre una voce interna gliele dettava. Spesso, quando leggeva al visconte Filiberto della Choue le righe scritte il giorno precedente, questi le approvava con calore dal punto di vista pratico, dicendo che il popolo aveva bisogno di essere commosso per lasciarsi trascinare all'azione, e che si sarebbero anche dovute comporre delle canzoni pie e in pari tempo esilaranti da cantarsi negli stabilimenti operai.
In quanto a monsignor Bergerot, senza esaminare il libro dal punto di vista del dogma, fu profondamente commosso dal soffio ardente di carità che spirava da ogni pagina, e commise perfino l'imprudenza di scrivere una lettera di approvazione all'autore, lettera che lo autorizzò ad apporre come prefazione in testa al lavoro. Ed era quest'opera, pubblicata in giugno, che la Congregazione dell'Indice stava per colpire d'interdizione; ed era per la difesa di quell'opera che il giovane prete accorreva a Roma, pieno di sorpresa e di entusiasmo, acceso dal desiderio di far trionfare la sua fede, deciso a discutere egli stesso la sua causa davanti al Santo Padre, di cui era assolutamente persuaso di avere espresso le idee.
Mentre Pietro riviveva così i tre ultimi anni, non si era mosso, in piedi davanti al parapetto, di fronte a quella Roma tanto sognata e desiderata. Dietro di lui si succedevano rapidi arrivi e partenze di carrozze, i magri inglesi ed i tedeschi tozzi sfilavano, dopo aver concessi all'orizzonte classico i cinque minuti regolamentari segnati dalla Guida; mentre il cocchiere ed il cavallo della sua carrozza lo aspettavano pazientemente, a testa bassa, sotto il sole già forte che riscaldava la valigia, rimasta sola sul sedile. E sembrava che egli si fosse fatto ancor più sottile nella tonaca nera, immobile e fiero, come in uno slancio di tutta la persona, assorto nello spettacolo sublime.
Ed anche sua madre riviveva in lui; l'alta fronte piana, la forza intellettuale, ereditata dal padre, pareva diminuita mentre la bocca piena di dolcezza ed il mento dominavano, rivelando l'anima sua che ardeva anche nella fiamma caritatevole degli occhi.
Ah! con che occhi teneri e caldi egli la guardava, la Roma del suo libro, la Roma nuova di cui aveva fatto un sogno! Se, sulle prime, l'assieme lo aveva colpito, nella mitezza un po' velata della mirabile mattina, adesso percepiva i particolari, si fermava ai monumenti. Ed era con una gioia infinita che li riconosceva tutti, per averli studiati a lungo sulle carte e nelle collezioni di fotografie.
Là, sotto ai suoi piedi, il Trastevere si stendeva sotto il Gianicolo, colla baraonda delle sue vecchie case rossiccie, di cui le tegole, circonfuse dal sole, nascondevano il corso del Tevere.
Rimaneva un po' sorpreso dall'aspetto piatto della città, che veduta così dall'alto della terrazza sembrava come livellata da quello sguardo a volo d'uccello, appena segnata dalla sporgenza delle sette famose colline, un'onda quasi insensibile in mezzo al mare dilagante degli edifizi. Laggiù, a destra, profilato in fosco violetto sulla lontananza azzurrognola dei monti Albani, sorgeva l'Aventino con le sue tre chiese, seminascoste tra il fogliame ? ed anche si vedeva il Palatino scoronato, che una fila di cipressi rigava di una frangia nera.
Dietro a questo, il Celio si perdeva, non mostrando che gli alberi della Villa Mattei, pallidi nel polverìo d'oro del mattino. Soltanto l'esile campanile e le due piccole cupole di Santa Maria Maggiore indicavano rimpetto, lontano lontano, la vetta dell'Esquilino, all'altro capo della città, mentre sulle alture del prossimo Viminale, non scorgeva, soffusa di luce, che un'accozzaglia di massi biancastri, rigati da piccole striscie brune, probabilmente dei nuovi fabbricati simili ad una cava di pietre abbandonata. Per lungo tempo Pietro cercò il Campidoglio, senza poterlo scorgere.
Dovette orientarsi e finì con il persuadersi che ne vedeva il campanile: più avanti di Santa Maria Maggiore, quella torre quadrata, così modesta, che si perdeva fra le tettoie vicine. E più in là, a sinistra, veniva il Quirinale, riconoscibile dalla lunga facciata del Palazzo Reale; quella facciata da caserma o da ospedale, di un giallo scuro, piatta e forata da una infinità di finestre regolari.
Ma, mentre finiva di voltarsi, una visione subitanea lo immobilizzò.
All'infuori della città, sopra gli alberi del palazzo Corsini, la cupola di San Pietro gli appariva. Sembrava posata su quel verde; e nel cielo di un azzurro purissimo, era ella stessa d'un così tenue azzurro di cielo, che si confondeva col cilestrino infinito. In alto la lanterna di sasso che le sovrasta, tutta bianca e sfolgorante di luce, era come sospesa nel vuoto.
Pietro non si stancava ed i suoi sguardi giravano incessantemente da un capo all'altro dell'orizzonte. Indugiava nel guardare la maestà delle vette dentellate, la grazia orgogliosa dei monti Sabini e dei monti Albani sparsi di città, di cui la cintura fasciava il cielo. La campagna romana si allargava in una distesa immensa, nuda ed augusta, come un deserto di morte, di un verde glauco di mare stagnante ? ed egli finì col distinguere la torre bassa e rotonda del monumento di Cecilia Metella, dietro cui una sottile striscia pallida indicava l'antica via Appia. Delle rovine d'acquedotto erano disseminate fra l'erba corta nella polvere dei mondi crollati. Ritraeva gli sguardi e di nuovo guardava la città, l'accozzaglia degli edifizi, come capitava, a caso. Vicin vicino ravvisò dalla sua loggia volta verso il fiume, l'enorme cubo cenerognolo del palazzo Farnese. Più in là quella cupola bassa, appena visibile, doveva essere quella del Pantheon. Poi, a sbalzi improvvisi, erano le mura di fresco imbiancate di San Paolo fuor delle Mura, simili a quelle di una colossale casa colonica, le statue che coronano San Giovanni Laterano, leggere, grandi appena come degli insetti; poi il pullulare delle cupole, quella del Gesù, quella di San Carlo, di Sant'Andrea della Valle, di San Giovanni de' Fiorentini, poi tanti altri edifizi ancora, tutti vibranti di ricordi. Castel Sant'Angelo di cui la statua scintillava, la villa Medici, che dominava la città tutt'intera, la terrazza del Pincio dove i marmi biancheggiavano tra alberi radi, le grandi ombre della villa Borghese, le quali, in lontananza, chiudevano l'orizzonte delle loro cime verdi. Cercò invano il Colosseo.
Il venticello del nord che soffiava molto mite, cominciava però a disperdere i vapori del mattino. Sugli sfondi nebbiosi, dei lembi interi di città, spiccavano in linee rette, come promontorii, in un mare diffuso di sole. Qua e là, tra l'indistinto agglomerarsi delle case, spiccava un tratto di muro bianco, da una fila di vetri sprizzavano delle fiamme, qualche giardino metteva una macchia nera, d'una strana intensità di colore. Ed il resto, la confusa miscela delle vie, delle piazze, gli isolati innumerevoli, seminati in tutti i sensi, si confondevano, sparivano nella gloria dorata del sole, mentre delle grandi colonne di fumo bianco, salite dai tetti, attraversavano, lente, l'infinita purità dei cieli.
Ma, in breve, Pietro, per un segreto istinto, non si interessò più che a tre punti dell'immenso orizzonte.
Laggiù, la striscia di cipressi sottili che frangiava di nero le alture del Palatino, lo agitava ? non scorgeva dietro ad essi che il vuoto, i palazzi dei Cesari erano scomparsi, spazzati dal tempo ? ed egli li evocava, credeva di vederli rizzarsi come fantasime d'oro, indistinte e tremule nella porpora dell'aurora gloriosa.
Poi i suoi sguardi tornarono a San Pietro: la sua cupola era ancora in piedi colà, facendo riparo al Vaticano che egli sapeva lì vicino, come incollato al fianco del colosso; e lo trovava trionfale, color del cielo, così ampio, così saldo che gli appariva il re gigante che sovrastava alla città intera, veduta da ogni punto, eternamente.
Poi, riportava gli sguardi rimpetto, sull'altro monte, al Quirinale, dove il palazzo del Re non gli sembrava più che una caserma bassa e piatta, scarabocchiata di giallo. E tutta la storia secolare di Roma, coi suoi continui rivolgimenti, le sue risurrezioni successive, stava, per lui, laggiù, in quel triangolo simbolico, sulle tre cime che si guardavano al disopra del Tevere: la Roma antica dove sorgeva, in un ammucchiarsi di palazzi e di tempii il fiore mostruoso della potenza e dello splendore imperiale: la Roma dei Papi, che vittoriosa nel medio-evo, signora del mondo, faceva pesare sulla cristianità quella chiesa colossale della bellezza riconquistata: la Roma attuale, quella che egli ignorava, che aveva trascurata, e di cui il Palazzo Reale così nudo, così freddo, gli dava un povero concetto, l'idea di un tristo tentativo burocratico, d'un esperimento di modernità sacrilega sopra una città eccezionale, che si sarebbe dovuta lasciare al sogno dell'avvenire. Quella sensazione quasi penosa d'un presente importuno, egli la allontanava: egli non voleva badare ad un quartiere nuovo, tutt'una cittaduzza scialba, probabilmente ancora in costruzione, che vedeva distintamente vicino a San Pietro, sulla riva del fiume.
La sua Roma nuova, egli l'aveva sognata, la sognava ancora, anche in faccia al Palatino crollato nella polvere dei secoli, alla cupola di San Pietro di cui la grande ombra sopiva il Vaticano, ed al palazzo del Quirinale, che rimesso a nuovo o ridipinto, regnava borghesemente sui quartieri nuovi che pullulavano da tutte le parti, empiendo la vecchia città dei loro tetti rossastri, sotto il limpido sole mattutino.
La Roma Nuova, il titolo del suo libro, tornò a fiammeggiare davanti a Pietro ed un'altra fantasticheria lo invase; riscrisse il suo libro dopo aver rivissuto la sua vita.
Lo aveva scritto di slancio, valendosi degli appunti raccolti a caso, e la divisione in tre parti gli si era subito imposta: il passato, il presente, l'avvenire.
Il passato era la storia straordinaria del cristianesimo primitivo, e della lenta evoluzione che ne ha fatto l'attuale cattolicismo. Egli dimostrava che in ogni evoluzione religiosa si implicava una questione economica, e che, in fin dei conti, il guaio eterno, l'eterna lotta, non ha mai sussistito che fra il povero e il ricco. Presso gli ebrei, immediatamente dopo la vita nomade, quando hanno conquistato Chanaan, ed insieme la proprietà, la lotta delle classi scoppia; vi sono dei ricchi e vi sono dei poveri; da quell'ora nasce la questione sociale.
La trasformazione era stata subitanea, il nuovo stato di cose peggiorò così rapidamente, che i poveri, ancora memori dell'età d'oro della vita nomade, soffrirono e reclamarono con tanto maggiore violenza. Fino a Gesù, i profeti non sono che ribelli i quali sorgono dalla miseria del popolo, ne dicono i patimenti ed aggravano d'accuse i ricchi, a cui profetizzano tutti i mali per castigo della loro ingiustizia e della loro durezza. Gesù medesimo non è che l'ultimo di loro ed appare come il reclamo vivente del diritto dei poveri. I profeti socialisti ed anarchici, avevano predicato l'eguaglianza sociale, reclamando la distruzione del mondo se non si conformava alla giustizia. Anche Gesù reca ai miserabili l'odio contro il ricco. Tutta la sua dottrina è una minaccia contro la ricchezza, contro la superbia, e se si intendesse pel regno de' cieli che egli prometteva, la pace e la fraternità su questa terra, non vi sarebbe in tutto questo che un ritorno all'età dell'oro della vita pastorale, che il sogno della comunità cristiana come sembra che la abbiano effettuata i suoi discepoli dopo di lui. Durante i tre primi secoli ogni chiesa è stata un esperimento di comunismo, una vera associazione di cui i membri avevano tutto in comune, all'infuori delle donne.
Gli apologisti ed i primi padri della Chiesa ne fanno fede, il cristianesimo allora non era che la religione degli umili e dei poveri, una democrazia, un socialismo in lotta contro la società romana. E quando questa crollò imputridita dal denaro, venne travolta dall'agio delle banche losche, dai disastri finanziarii, ancor più che dal torrente dei barbari e dal sordo lavorìo deleterio dei cristiani.
La questione finanziaria è sempre alla base. Se n'ebbe anche una nuova prova quando il cristianesimo avendo finalmente trionfato, mercè le condizioni storiche, sociali ed umane, venne dichiarato la religione dello Stato. Per assicurare la sua vittoria, esso si vide costretto a parteggiare pei ricchi ed i potenti; e bisogna vedere mercè quali sottigliezze, quali sofismi i padri della Chiesa giungono a scoprire nel Vangelo di Gesù la difesa della proprietà! Pel cristianesimo v'era in questo punto una necessità politica di vita: solo a questo prezzo è diventato il cattolicismo, la religione universale. Da quel momento in poi, la macchina potente si erge, s'arma di conquista e di governo; in alto i potenti, i ricchi, che hanno il dovere di dividere coi poveri, ma che non ne fanno nulla; giù, i lavoratori, i poveri, a cui si insegnano la rassegnazione e l'obbedienza, riserbando per essi il regno futuro, la compensazione divina ed eterna. Monumento mirabile, che ha durato dei secoli, in cui tutto è edificato sulla promessa del di là, su quella sete inestinguibile di immortalità e di giustizia da cui l'uomo è divorato.
Quella prima parte del suo libro, quella storia del passato Pietro l'aveva completata con uno studio a grandi linee sul cattolicismo fino ai nostri giorni. Anzitutto era San Pietro, che ignorante, inquieto, capita a Roma per tratto di genio, a realizzare gli antichi oracoli che avevano predetto l'eternità del Campidoglio. Poi erano i primi Papi, semplici capi di associazioni funerarie; era il lento sorgere del pontificato onnipotente, in lotta di conquista col mondo intero, nel suo sforzo incessante di appagare il suo sogno di dominio universale.
Nel medio-evo coi suoi Papi illustri, Roma credette per un momento di toccar la mèta, di essere la regina sovrana dei popoli. La verità assoluta non sarebbe forse il Papa pontefice e re della terra, imperante sulle anime e sui corpi di tutti gli uomini, come Dio stesso di cui è il rappresentante? Quest'ambizione complessiva, smisurata, d'una logica perfetta, è stata coronata in Augusto, imperatore e pontefice signore del mondo: ed è la figura gloriosa di Augusto che è sôrta in eterno dalle rovine della Roma antica, che ha sorpassato i Papi; è il sangue di Augusto che ha fatto pulsare le loro vene. Ma il potere si era sdoppiato nello sfacelo dell'impero romano; bisognava dividere, lasciando all'imperatore il governo temporale, non riserbandosi altro diritto sopra di lui che quello di consacrarlo per delegazione divina. Il popolo apparteneva a Dio, il papa dava il popolo all'imperatore nel nome di Dio e poteva riprenderlo, potere senza limiti di cui la scomunica era l'arma terribile, potere eccelso che avvia il Pontificato al possesso effettivo e definitivo dell'impero. Al postutto, l'eterna questione tra il papa e l'imperatore era il popolo che essi si contendevano, la massa inerte degli umili e dei dolenti, il muto popolo che solo in sordi ruggiti rivelava tratto tratto la sua miseria insanabile. Si disponeva di lui come d'un bambino pel suo bene, e la Chiesa porgeva un vero aiuto al progresso rendendo dei servizi all'umanità, diffondendo larghe limosine. Sempre l'antico sogno della comunità cristiana tornava, almeno nei conventi: un terzo delle ricchezze raccolte pel culto, un terzo pei preti, un terzo pei poveri. Non era questo la vita semplificata, l'esistenza resa possibile ai fedeli senza desiderii terreni, in attesa delle ineffabili soddisfazioni del paradiso?
Dateci dunque la terra tutta intera, faremo così tre parti delle dovizie di quaggiù e vedrete che l'età dell'oro regnerà fra la rassegnazione e l'ubbidienza di tutti!
Ma Pietro mostrava poi il papato assalito dai massimi pericoli, all'uscir dalla sua onnipotenza medio-evale. Il Rinascimento per poco lo travolgeva nel suo lusso e nel suo traboccare d'appetiti, nel ribollimento dei succhi vitali, che scaturivano dall'eterna natura, sprezzata e abbandonata per morta durante molti secoli. Più minacciosi ancora erano i sordi risvegli del popolo, il gran muto, la cui lingua pareva che cominciasse a sciogliersi. La Riforma era scoppiata come una protesta della ragione e della giustizia, un richiamo alle verità fraintese del Vangelo; e per salvare Roma da una scomparsa assoluta, ci volle la crudele difesa dell'Inquisizione, l'opera lenta e perseverante del Concilio di Trento, che rese forza al dogma ed assicurò il potere temporale. Seguì, a tutto questo, l'ingresso del papato in due secoli di pace e di oscurità, poichè le monarchie assolute che si erano divisa fra di loro l'Europa potevano far senza di lui e non tremavano più davanti ai fulmini della scomunica, resa innocua, non accettando più il papa che come un maestro delle cerimonie, incaricato di certi riti. S'era prodotto uno squilibrio nel possesso dei popoli: se i re tenevano sempre il popolo da Dio, il papa non aveva altro da fare che registrare la donazione una volta per sempre, senza intervenire, qual si fosse l'occasione, nel governo degli Stati. Roma non è mai stata così poco lontana dall'effettuazione del suo sogno secolare di dominazione universale. E quando scoppiò la rivoluzione francese, si potè credere che la proclamazione dei diritti dell'uomo stesse per uccidere il papato, depositario del diritto divino che Dio gli aveva delegato sulle nazioni. Quale manifestarsi di inquietudini, quindi che ira, che difesa disperata in Vaticano, contro l'idea di libertà, contro questo nuovo credo della ragione liberata e dell'umanità tornata in possesso di sè medesima!
Era lo scioglimento apparente della lunga lotta tra papa ed imperatore pel possesso del popolo; l'imperatore spariva, ed il popolo, ormai libero di disporre di sè, pretendeva di sfuggire al papa, soluzione impreveduta con cui sembrava che tutta l'antica armatura del cattolicismo dovesse crollare.
Pietro chiudeva qui la prima parte del suo libro, con un richiamo del cristianesimo primitivo di fronte al cattolicismo attuale, che è il trionfo dei ricchi e dei potenti. Quella società romana che Gesù era venuto a distruggere, in nome dei poveri e degli umili, in Roma cattolica non l'aveva riedificata, attraverso i secoli, nella sua opera politica di denaro e d'orgoglio? E che triste ironia il constatare che, dopo milleottocento anni di Vangelo, il mondo affondava di nuovo nell'aggiotaggio, nelle banche losche, nei disastri finanziari, in quella spaventosa ingiustizia di pochi uomini rimpinzati d'oro tra migliaia di fratelli morenti di fame! Bisognava ricominciare da capo a lavorare per la salvezza dei miserabili. Ma quelle cose terribili Pietro le diceva in pagine tanto temperate dalla carità, tanto suffuse di speranza, che perdevano il loro pericoloso carattere rivoluzionario.
Il suo libro non era che il grido di un apostolo nella sua forma sentimentale di poema, in cui ardeva solo l'amore del prossimo.
Veniva poi la seconda parte dell'opera, il presente, lo studio della società cattolica attuale. In questa Pietro aveva fatta una descrizione terribile della miseria dei poveri, di quella miseria di una grande città a lui ben nota e di cui era ancora terribilmente commosso per averne toccato le piaghe ammorbate. Quell'ingiustizia non si poteva più tollerare, la carità diventava impotente; i patimenti erano così spaventosi che ogni speranza veniva meno nel cuore del popolo. Quello che aveva contribuito ad uccidere la fede in lui non era forse lo spettacolo mostruoso della cristianità, di cui le turpitudini lo corrompevano, lo eccitavano all'odio ed alla vendetta? E dopo quel quadro di una civiltà imputridita, prossima allo sfacelo, Pietro tornava subito alla storia della Rivoluzione francese, alla speranza infinita che l'idea di libertà aveva portato al mondo. Nel giungere al potere, la borghesia, il gran partito liberale, s'era preso l'assunto di fare la felicità di tutti. Ma il peggio si è che la libertà, dopo un secolo di esperienza, non sembra che abbia dato ai diseredati la grande felicità promessa. Nel dominio politico, comincia la delusione.
In tutti i casi, se il terzo Stato si dichiara contento, dacchè regna, il quarto Stato, quello dei lavoratori, soffre tuttavia e continua a reclamare. Gli hanno proclamati liberi, gli hanno elargita l'eguaglianza politica, ma questi non sono che doni derisori perchè, come prima, sotto la sua servitù economica, l'operaio non possiede altro diritto che quello di morir di fame.
Da qui hanno avuto origine tutte le rivendicazioni sociali. Ed è sorto allora quel terribile dissidio tra lavoro e il capitale, la cui soluzione minaccia di travolgere la società attuale.
Quando la schiavitù è sparita dal mondo antico per dar luogo al salario, la rivoluzione è stata immensa; e l'idea cristiana è certamente uno dei potenti fattori che hanno distrutta la schiavitù. Oggi che si tratta di surrogare con qualche altra cosa il salario, forse colla partecipazione dell'operaio ai benefizii, perchè il cristianesimo non tenterebbe di assumere una nuova influenza? La prossima e fatale assunzione al potere della democrazia, è un'altra fase della storia umana che si inizia: è la società del domani che si crea. E Roma non può rimanervi estranea, il papato sarà costretto a prender parte al dissidio, se non vuole sparire dal mondo come un congegno ormai assolutamente inutile.
Da qui nasce la legittimità del socialismo cattolico.
Quando, da ogni lato, le sette socialiste si contendevano la felicità del popolo a colpi di soluzioni, anche la Chiesa doveva fornire la propria. E qui la Roma nuova appariva ? qui l'evoluzione si svolgeva in un rifiorire di speranze illimitate.
Era positivo che la Chiesa cattolica non aveva, nei suoi primordi, nulla d'avverso alla democrazia. Il giorno che volesse ristabilire la universale comunità cristiana le basterebbe di riprendere la tradizione evangelica, di tornare ad essere la Chiesa degli umili e dei poveri. La Chiesa è democratica per la sua essenza e se si è messa coi ricchi ed i potenti, quando il cristianesimo è diventato il cattolicismo, non ha fatto che obbedire alla necessità di difendersi per vivere, sacrificando parte della sua purezza originaria; cosicchè oggi, se essa abbandonasse le classi dirigenti condannate per tornare al popolino dei miserabili, non farebbe altro che riavvicinarsi al Cristo, ringiovanirsi, purificarsi dalle transazioni politiche che ha dovuto accettare.
In tutti i tempi la Chiesa ha saputo, senza rinunziare per nulla al suo principio assoluto, piegare di fronte alle circostanze: essa tiene in serbo la sua completa signoria, limitandosi a tollerare ciò che non può impedire, aspettando con pazienza, forse per secoli, il minuto in cui ridiventerà la signora del mondo.
E, questa volta, il minuto non sta per suonare nella crisi che si prepara? Di nuovo, tutte le forze si contendono il possesso del popolo. Dacchè la libertà e l'istruzione ne hanno fatto una forza, un essere consapevole e dotato di volontà che reclama la sua parte, tutti i capi di governo vogliono averlo dalla loro, regnare mercè lui ed anche con lui, se occorre. Il socialismo, ecco l'avvenire, il nuovo strumento per regnare; tutti fanno del socialismo, i re malfermi sui loro troni, i capi borghesi delle repubbliche irrequiete, gli agitatori ambiziosi che sognano il potere. Tutti sono d'accordo nel trovare che lo Stato capitalista è un ritorno al mondo pagano, al mercato di schiavi: tutti parlano di spezzare l'atroce legge di ferro, il lavoro diventato una merce sottomessa alle leggi dell'offerta e della domanda, il salario calcolato sul puro necessario di cui l'operaio ha bisogno per non morire di fame. Nel ceto inferiore i mali crescono, i lavoratori agonizzano di fame e di esasperazione, mentre sulle loro teste le discussioni continuano, i sistemi si incrociano, le buone volontà si esauriscono nel tentare rimedii derisorii. E' l'agitarsi senza progredire, lo sgomento cieco foriero delle grandi catastrofi.
E, fra gli altri contendenti, il socialismo cattolico, ardente quanto il socialismo rivoluzionario, si getta nella mischia e tenta di vincere.
Qui veniva tutt'uno studio sui lunghi sforzi del socialismo cattolico in tutta la cristianità. Quello che colpiva specialmente era che la lotta si faceva più calda e più vittoriosa quando si combatteva sopra una terra di propaganda, non ancora completamente conquistata al cristianesimo. Per esempio, nelle nazioni in cui questa fede si trovava di fronte al protestantesimo, i preti cattolici lottavano per la vita con un ardore straordinario, disputando ai pastori protestanti il potere del popolo, con colpi audaci, con teorie arditamente democratiche. In Germania, la terra classica del socialismo, monsignor Ketteler parlò pel primo di colpire il ricco con contribuzioni, creando poi una grande agitazione che tutto il clero dirige oggi, mercè le sue associazioni ed i numerosi giornali.
In Svizzera, monsignor Mermillod propugnò con tale zelo la causa dei poveri che adesso i vescovi fanno causa comune coi socialisti democratici, che sperano probabilmente di convertire nel giorno della ripartizione.
In Inghilterra, dove il socialismo penetra tanto a rilento, il cardinale Manning riportò delle vittorie importanti, e prese le difese degli operai durante uno sciopero famoso, determinando un movimento popolare segnalato da frequenti conversioni. Ma fu specialmente in America che il socialismo cattolico trionfò, in quell'ambiente di democrazia assoluta che ha costretto alcuni vescovi, come monsignor Ireland, a mettersi a capo delle rivendicazioni operaie ? colà tutt'una Chiesa nuova pare che sia in germe, traboccante di vigore ed animata da immensa speranza come all'alba del cristianesimo ringiovanito del domani.
E se si passa poi all'Austria ed al Belgio, nazioni cattoliche, si vede, che presso la prima il socialismo cattolico si confonde con l'antisemitismo e che presso la seconda non ha nessuno indirizzo preciso; mentre qualsiasi movimento si ferma e sparisce quando si giunge alla Spagna ed all'Italia, queste vecchie culle della fede: la Spagna tutta in preda alle violenze dei rivoluzionarii, coi suoi vescovi ostinati che si contentano di fulminare i miscredenti, come ai giorni dell'Inquisizione; l'Italia, immobilizzata nella tradizione, senza possibilità d'iniziativa, ridotta al silenzio e al rîspetto attorno alla Santa Sede. In Francia però la lotta restava fervida, ma era sopratutto lotta d'idee. La battaglia, in fondo, si combatteva contro la Rivoluzione e sembrava che sarebbe bastato ristabilire l'antica organizzazione dei tempi monarchici per tornare all'età dell'oro.
Per tal modo la questione delle corporazioni operaie era diventata lo scopo unico, come la panacea a tutti i mali dei lavoratori. Ma erano lungi dall'intendersi: gli uni, i cattolici, respingevano l'ingerenza dello Stato, preconizzando un'azione puramente morale, volevano le corporazioni libere; mentre gli altri, i giovani, gli impazienti, decisi all'azione, le volevano obbligatorie, con capitale proprio, riconosciute e protette dallo Stato.
Il visconte Filiberto della Choue, in ispecie, aveva fatto una ardente campagna con la parola e con la penna in favore di quelle corporazioni obbligatorie; ed il suo gran dolore era di non aver ancora potuto decidere il papa a pronunziarsi apertamente su questo punto: se le corporazioni dovevano essere libere o chiuse. A udirlo, la sorte della società stava in questo, in questo la soluzione pacifica della questione sociale, o la spaventosa catastrofe che doveva spazzar via ogni cosa. In fondo, sebbene rifiutasse di confessarlo, il visconte era giunto al socialismo di Stato. E nonostante la mancanza d'accordo, l'agitazione restava forte; si facevano dei tentativi poco felici, delle Cooperative di consumo, delle Società per case operaie, delle Banche popolari, dei ritorni più o meno travestiti alle antiche comunità cristiane; mentre di giorno in giorno, nella confusione dell'ora presente, nel turbamento delle anime e nelle difficoltà politiche che agitavano il paese, il partito cattolico militante sentiva le sue speranze crescere, fino alla certezza cieca di riconquistare tra poco il governo del mondo.
La seconda parte del libro finiva per l'appunto con un quadro del malessere intellettuale e morale in cui si dibatte la fine del secolo. Se la massa dei lavoratori soffre nella distribuzione della ricchezza ed esige che in una nuova ripartizione le si assicuri almeno il pane quotidiano, le classi elette non sembrano soddisfatte neppur loro, poichè si lamentano del vuoto in cui le lasciano ora la loro ragione svincolata, la loro intelligenza più larga. È la famosa bancarotta del razionalismo, del positivismo e della scienza stessa. Gli spiriti, dominati dal bisogno dell'assoluto, si stancano di brancicare nel buio, si irritano della lentezza di quella scienza che non ammette che le verità provate; sono ripresi dall'ansia del mistero, sentono il bisogno di una sintesi totale ed immediata per poter dormire in pace ed, affranti, ricadono in ginocchio sulla via, smarriti al pensiero che non sapranno mai ogni cosa e prescegliendo Iddio, l'ignoto rivelato, affermato in un atto di fede.
Infatti, oggi ancora la scienza non acquieta nè la nostra sete di giustizia, nè il nostro desiderio di sicurezza, nè la idea secolare che ci formiamo della felicità, nella sopravvivenza, nell'eternità del gaudio.
Essa resta all'abbicì delle cose: non impone a ciascuno che l'austera solidarietà del dovere di vivere, di essere un semplice fattore del lavoro universale; e come si intende bene la ribellione dei cuori, il rimpianto di quel cielo cristiano, popolato di begli angeli, pieno di luce, di musiche e di profumi! Ah! baciare i propri morti, dirci che li ritroveremo, che rivivremo con loro un'immortalità gloriosa! Ed aver tanta certezza nella sovrana equità da sopportare l'abbominio dell'esistenza terrena! Ed uccidere così lo spaventoso pensiero del nulla, sfuggire all'orrore della scomparsa dell'io, ed acquietarsi finalmente nella fede incrollabile, che rimette all'indomani della morte la lieta soluzione di tutti i problemi del destino!
Questo sogno, i popoli lo sogneranno per lungo tempo ancora. Ed è questo che spiega, come alla fine di questo secolo, nell'eccessivo lavoro delle menti affaticate, nel turbamento profondo dell'umanità, gravida di un mondo nuovo, il sentimento religioso si è ridestato, inquieto, col tormento dell'ideale e dell'infinito, chiedente una legge morale e la guarentigia di una giustizia superiore. Le religioni possono sparire; il sentimento religioso ne creerà di nuove, persino colla scienza. Una nuova religione! Una nuova religione!
E perchè, in questo mondo moderno, in cui pare che tutto debba favorire il miracolo, non potrebbe il vecchio cattolicismo rinascere, mettere rami verdi, effondersi in una fioritura fresca ed infinita?
Finalmente, nella terza parte del suo libro, Pietro diceva, con focosa eloquenza d'apostolo, ciò che sarebbe stato l'avvenire, questo cattolicismo ringiovanito che veniva a recare alle nazioni in agonia la salute e la pace, la lontana età dell'oro del cristianesimo primitivo. Ed anzitutto esordiva con un ritratto commosso e glorioso di Leone tredicesimo, il papa ideale, il predestinato a cui incombeva di promuovere la salvezza dei popoli. Lo aveva evocato, lo aveva veduto così nel suo desiderio intenso di salutare la venuta di un pastore che mettesse fine alla miseria. Non era un ritratto perfettamente somigliante, ma il redentore necessario, inesauribile nella carità, di cuor generoso e d'intelligenza vasta, com'egli sognava. Aveva peraltro frugato nei documenti, studiato le encicliche, foggiato la figura sui fatti ? l'educazione religiosa in Roma, la breve nunziatura di Bruxelles, il lungo episcopato a Perugia.
Appena Leone tredicesimo è papa si rivela, nella difficile condizione lasciata da Pio nono, la dualità della sua natura: si ravvisano in lui il custode incrollabile del dogma, e l'uomo politico arrendevole, deciso a spingere la conciliazione fino dove potrà.
Egli rompe risolutamente colla filosofia moderna, risale al di là del Rinascimento, al Medio-Evo, restaura nelle scuole cattoliche la filosofia cristiana, secondo lo spirito di San Tommaso d'Aquino, il dottore angelico. Poi, messo il dogma al riparo, egli vive di equilibrio, dando dei pegni a tutte le potenze, studiandosi di approfittare di tutte le occasioni. Lo si vede, con attività straordinaria, riconciliare la Santa Sede con la Germania, riavvicinarsi alla Russia, appagare la Svizzera, desiderare l'amicizia dell'Inghilterra, scrivere all'imperatore della China per domandargli di proteggere i missionari ed i cristiani del suo impero.
Più tardi, interverrà in Francia, riconoscendo la legittimità della Repubblica. Fin dai primordi spira dalla sua opera un pensiero ? quel pensiero che farà di lui uno dei più grandi papi politici, ed il suo è d'altronde il pensiero secolare del papato, la conquista di tutte le anime, Roma centro e signora del mondo.
Egli non ha che una volontà, uno scopo: lavorare all'unità della Chiesa, ricondurre a lei le comunità dissidenti per renderla invincibile nella lotta sociale che si prepara. In Russia, tenta di far rinascere l'autorità morale del Vaticano; in Inghilterra sogna di disarmare la Chiesa anglicana, di condurla a una specie di tregua fraterna; ma è in Oriente sopratutto che sogna un accordo con le Chiese scismatiche, che tratta come sorelle lontane e divise, di cui il suo cuore di padre sollecita il ritorno.
Di qual forza vittoriosa non disporrebbe Roma, il giorno in cui regnasse senza contestazione sui cristiani della terra intera?
Ed è qui che appare l'idea sociale di Leone tredicesimo.
Quand'era ancora vescovo a Perugia, aveva scritto una lettera pastorale in cui si vedeva un accenno al socialismo umanitario. Poi, appena messa in capo la tiara, cambia opinione; fulmina i rivoluzionari di cui l'audacia atterriva allora l'Italia. Ma si ritratta subito, ammaestrato dai fatti, comprendendo il pericolo mortale di lasciare il socialismo fra le mani dei nemici della Chiesa cattolica. Ascolta i vescovi popolari dei paesi di propaganda, cerca d'intervenire nel dissidio irlandese, ritira la scomunica con cui aveva colpito, agli Stati Uniti, i Cavalieri del lavoro, vieta di mettere all'indice i libri audaci degli scrittori cattolici socialisti.
Questa evoluzione verso la democrazia si ritrova nelle sue più famose encicliche: Immortale Dei, sulla costituzione degli Stati; Libertas, sulla libertà umana; Sapientiae, sui doveri dei cittadini cristiani; Rerum novarum, sulla condizione degli operai; ed è quest'ultima specialmente che sembra aver ringiovanita la Chiesa. Il papa vi constata la miseria immeritata dei lavoratori, le ore troppo numerose di lavoro, il salario insufficiente.
Ogni uomo ha il diritto di vivere e il contratto estorto colla fame è ingiusto. D'altronde dichiara che non si deve abbandonare l'operaio senza difesa ad uno sfruttamento che trasforma in ricchezza per pochi la miseria del maggior numero. Costretto di restare impreciso nelle questioni di organizzazione, si limita ad incoraggiare il movimento cooperativo che si pone sotto il patronato dello Stato, e dopo aver ristabilita così l'idea dell'autorità civile, rimette Dio nel suo posto supremo, e vede la salvezza sopratutto nelle misure morali, nell'antico rispetto dovuto alla famiglia ed alla proprietà. Questa mano soccorrevole, stesa pubblicamente agli umili ed ai poveri dall'augusto vicario di Cristo, non è il segno sicuro di una nuova alleanza, l'annunzio di un nuovo regno di Gesù sulla terra? Ormai il popolo sapeva di non essere abbandonato. E da allora in poi in che apoteosi era salito Leone tredicesimo di cui il giubileo sacerdotale ed il giubileo episcopale erano stati festeggiati in tutta la cristianità, fra il concorso di una folla immensa, con doni senza numero, con lettere lusinghiere inviate da tutti i sovrani!
Pietro trattava poi la questione del potere temporale, cosa che credeva di poter fare liberamente.
Certo, non ignorava che, nel suo dissidio con l'Italia, il papa sosteneva ostinatamente come il primo giorno i suoi diritti su Roma; ma si figurava che quella non fosse che un'attitudine necessaria, imposta da ragioni politiche, la quale svanirebbe quando ne suonasse l'ora. Egli era convinto che se il papa non era mai apparso più grande, egli dovesse alla perdita del potere temporale quell'aumento della sua autorità, quello splendore purissimo di onnipotenza morale di cui sfolgorava. Che lunga storia di errori e di conflitti era mai quella del papato, di quel piccolo regno di Roma, da quindici secoli! Nel quarto secolo Costantino lascia Roma, non restano al Palatino, vuoto, che pochi funzionari dimenticati e, naturalmente, il papa s'impadronisce del potere, la vita della città passa al Laterano. Ma solo quattro secoli dopo Carlomagno riconosce il fatto compiuto, donando formalmente al papa gli Stati della Chiesa.
Da allora in poi, c'è stata la guerra perenne tra il potere spirituale e le potenze temporali, una guerra spesso latente, qualche volta violenta, tra il sangue e le fiamme.
Oggi non è illogico di sognare, in mezzo all'Europa in armi, il papato signore d'un lembo di territorio, in cui sarebbe esposto a tutte le vessazioni e non potrebbe essere mantenuto che da un esercito straniero? Che ne sarebbe di lui nella strage generale che si teme? E quanto è più al sicuro, più dignitoso, più alto, svincolato da ogni cura terrena, regnando sul mondo delle anime! Ai primi tempi della Chiesa, il papato, da istituzione locale, puramente romana, si era fatto a poco a poco cattolico ed universale, conquistando il proprio regno sulla cristianità tutta intera. Così pure, il Sacro Collegio, che sulle prime, continuava il Senato romano, si è fatto internazionale, diventando, ai nostri giorni, la più universale delle nostre assemblee, quella in cui siedono i membri di tutte le nazioni. E non è evidente che il papa appoggiato dai suoi cardinali, è diventato la sola e grande autorità internazionale, autorità tanto più potente in quanto che svincolata dagli interessi monarchici, parla in nome dell'umanità, al di sopra della stessa nozione di patria? La soluzione cercata tanto a lungo, fra così tristi guerre, è sicuramente questa: o dare la sovranità temporale del mondo al papa o non lasciargli che la sovranità spirituale.
Rappresentante di Dio, sovrano assoluto ed infallibile per delegazione divina, egli non può che restare nel santuario, se, già signore delle anime, non vien riconosciuto da tutti i popoli come l'unico padrone dei corpi, il re dei re.
Ma che strana cosa questa invasione recente del papato nel campo seminato dalla rivoluzione francese, invasione che lo avvia forse a quel dominio il cui desiderio lo tiene in piedi da tanti secoli! Poichè egli è solo ormai di fronte al popolo: i re sono abbattuti ed il popolo, libero di darsi a chi gli talenta meglio, perchè non si darebbe a lui? La perdita di influenza dell'idea di libertà permette tutte le speranze. Sul terreno economico, il partito liberale sembra vinto. I lavoratori malcontenti dell'89, si lagnano della miseria ancora più grave, e si agitano, cercando disperatamente la felicità. D'altra parte i nuovi governi hanno riconosciuto il potere internazionale della Chiesa; i membri cattolici sono numerosi nei Parlamenti delle repubbliche e delle monarchie costituzionali.
Tutte le circostanze sembrano dunque propizie a questa straordinaria potenza del cattolicismo il quale invecchiando, è ravvivato da nuovo vigore di gioventù.
Perfino la scienza, accusata di bancarotta, ciò che salva dal ridicolo il Syllabus, turba le intelligenze, riaprendo il campo sconfinato del misterioso e dell'impossibile.
E si rammenta allora la profezia, che il papato sarebbe il signore della terra il giorno in cui muovesse alla testa della democrazia, dopo aver riunite alla Chiesa cattolica, apostolica e romana le Chiese scismatiche dell'Oriente.
I tempi erano giunti, giacchè il papa, licenziando i grandi e i ricchi di questo mondo, lasciando in esilio i re sbalzati dal trono, riprendeva a compagni come Gesù, i lavoratori senza pane ed i mendicanti delle strade.
Alcuni anni ancora di miserie atroci, di baraonda allarmante, di spaventosi pericoli sociali, e poi il popolo, il grande muto di cui finora s'è disposto liberamente, parlerà, tornerà alla culla, alla Chiesa unificata di Roma per evitare la minacciosa distruzione della società umana.
E Pietro chiudeva il libro con un'evocazione appassionata della Roma nuova, la Roma spirituale che regnerebbe in breve sui popoli riconciliati, fraternizzanti in una nuova età dell'oro.
Egli vi scorgeva perfino il termine delle superstizioni; ed era trasportato, senza alcun attacco diretto ai dogmi, sino a sognare un sentimento religioso più largo, affrancato dai riti, tutto dedito all'unica dolcezza della carità umana; ed ancora sconfortato pel suo viaggio a Lourdes, aveva ceduto al bisogno di appagare il proprio cuore. Quella superstizione di Lourdes, così grossolana, non era essa il sintomo esecrabile di un'epoca di troppo acerbi patimenti?
Il giorno in cui il Vangelo sarebbe universalmente diffuso e messo in pratica, i sofferenti cesserebbero di andar a cercare così lontano, ed in circostanze così tragiche, un refrigerio illusorio, sicuri allora di trovar assistenza, di venir confortati e guariti a casa propria, tra i proprii fratelli. V'era a Lourdes un iniquo spostamento della fortuna, uno spettacolo terribile che faceva dubitare di Dio, una continua origine di conflitti, che sparirebbe nella società, veramente cristiana, del domani. Ah! questa società, questa comunità cristiana, era la mèta desiderata cui metteva capo tutta l'opera sua. Il cristianesimo ridiventato finalmente la religione di giustizia e di verità che era prima di lasciarsi conquistare dai ricchi e dai potenti!
Gli umili ed i poveri che regnavano, dividendosi i beni di quaggiù, non seguendo altra legge che quella, uguale per tutti, del lavoro! Il papa solo dominante alla testa della federazione dei popoli, sovrano di pace, con la semplice missione di essere la regola morale, il vincolo di carità e d'amore che unisce tutte le creature!
E non era questo il prossimo avveramento della parola di Cristo?
I tempi erano quasi maturi; la società civile e la società religiosa si fonderebbero così perfettamente, da non formarne più che una sola: e sorgerebbe l'età di trionfo e di felicità predetta da tutti i profeti: non più possibilità di lotte, non più antagonismo tra corpo ed anima, ma un equilibrio meraviglioso che ucciderebbe il male, insediando sulla terra il regno di Dio. La Roma nuova, centro del mondo, dava al mondo una religione nuova!
Pietro sentì le lagrime salirgli agli occhi e con un gesto incosciente, senza accorgersi che faceva strabiliare i magri inglesi ed i grossi tedeschi, sfilanti sulla terrazza, aprì le braccia, le stese verso la Roma reale, soffusa di quel bel sole, che gli si stendeva ai piedi. Sarebbe ella clemente al suo sogno? Troverebbe egli presso di lei, come aveva detto, il rimedio alle nostre impazienze ed alle nostre inquietudini?
Il cattolicismo poteva rinnovellarsi, tornare allo spirito del cristianesimo primitivo, essere la religione della democrazia, la fede che il mondo moderno, sconquassato ed in pericolo di morte, aspetta per pacificarsi e per vivere?
Egli era acceso da passione generosa, da fede profonda. Rivedeva il buon abate Rose, che lagrimava d'emozione leggendo il suo libro: udiva il visconte Filiberto de la Choue dire che un libro simile valeva un esercito ? e si sentiva specialmente incuorato dall'approvazione del cardinale Bergerot, quell'apostolo della carità inesauribile.
Perchè dunque la Congregazione dell'Indice minacciava il suo libro d'interdizione?
Da quindici giorni, dacchè lo avevano ufficiosamente avvertito di recarsi a Roma, se voleva difendersi, egli rivolgeva nella mente quella domanda, senza poter discoprire quali pagine fossero prese di mira. Gli sembrava che tutte ardessero del più puro cristianesimo.
Ma giungeva, fremente di fervore e di coraggio; aveva fretta di essere ai piedi del papa, di mettersi sotto la sua protezione augusta, dicendogli che non aveva scritto una riga senza ispirarsi al suo spirito, senza augurare il trionfo della sua politica.
Era possibile che si condannasse un libro in cui egli era sinceramente convinto di aver esaltato Leone tredicesimo, aiutandolo nella sua opera d'unità cristiana e di pace universale?
Per un momento ancora, Pietro restò in piedi dietro al parapetto. Da quasi un'ora stava colà, non riuscendo a saziare lo sguardo di quella grande Roma, che egli avrebbe voluto possedere d'un tratto, nell'ignoto che essa gli celava.
Ah, afferrarla, sapere, conoscere sul momento la parola di verità che veniva a chiederle! Era una nuova esperienza, dopo quella di Lourdes, ed ancor più importante, più decisiva, da cui sentiva nell'intimo che uscirebbe rigenerato o fulminato. Non chiedeva più la fede ingenua ed intera del bambino, ma la fede superiore dell'essere intellettuale che si innalza al di sopra dei riti e dei simboli, lavorando alla massima felicità che sia possibile all'uomo di conseguire sulla base del suo bisogno di certezza.
Il sangue gli pulsava alle tempie: quale sarebbe la risposta di Roma? Il sole era già alto, le parti superiori della città spiccavano in rilievo più distinto sullo sfondo incendiato. Lontan lontano, i poggi si indoravano, diventavano di porpora, mentre le facciate più vicine si facevano distinte, molto chiare, con le loro migliaia di finestre dai contorni precisi. Ma delle nebbie mattutine galleggiavano ancora qua e là, dei veli leggieri che sembrava salissero dalle vie basse, sommergendo le cime, d'onde svanivano nel cielo ardente, d'un azzurro senza fine. Egli credette per un momento che il Palatino si fosse dileguato: ne vedeva appena la fosca frangia di cipressi, come se la polvere stessa delle sue rovine lo dissimulasse.
Ed il Quirinale specialmente era sparito, il palazzo del Re sembrava si fosse sprofondato nella nebbia, colla sua facciata bassa e piatta, tanto vaga in lontananza che non lo si distingueva più; mentre, a sinistra, al disopra degli alberi, la cupola di San Pietro si era fatta ancora più grande, nell'oro limpido e diafano del sole, occupando tutto il cielo, sovrastando alla città tutt'intiera.
Ah! la Roma di quel primo incontro, la Roma mattutina in cui, ardente dalla febbre dell'arrivo, egli non aveva neppur veduto i quartieri nuovi, di quale speranza illimitata lo commoveva! Quella Roma che gli sembrava di vedersi dinanzi viva e palpitante come l'aveva sognata! Ed in quel giorno sereno, mentre, ritto nella stretta tonaca nera, egli la contemplava, qual voce di prossima redenzione gli pareva salisse dai tetti, quale promessa di pace universale sorgeva da quella terra sacra, due volte regina del mondo!
Era la terza Roma, la Roma nuova, la cui tenerezza paterna, sorvolando i confini, si volgeva a tutti i popoli per riunirli, consolati, in un comune abbraccio.
Egli la vedeva, la sentiva, ringiovanita, animata da una soavità d'infanzia, sotto il vasto cielo puro, visione aleggiante nella freschezza del mattino, nel candore appassionato del suo sogno.
Finalmente, Pietro si strappò al sublime spettacolo. Cocchiere e cavallo, a testa bassa, nel pieno fulgore del sole, non s'erano mossi. Sul sedile, la valigia scottava, riscaldata dall'astro già alto e potente. Ed egli risalì in carrozza ripetendo l'indirizzo:
- Via Giulia, palazzo Boccanera.
...
.
...
2.
...
.
...
A quell'ora la via Giulia, che si stende tutta in retta linea per quasi cinquecento metri dal palazzo Farnese alla chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, era soffusa d'un sole limpido il cui fascio la infilava da un capo all'altro, imbiancando il suo selciato a quadrelli senza marciapiedi; e la carrozza la risalì quasi tutta, fra le vecchie dimore grigie, come sopite e vuote, dagli alti finestroni a inferriate, dagli atrii profondi, che lasciavano scorgere dei cortili oscuri, simili a pozzi. Aperta da papa Giulio secondo, che sognava di fiancheggiarla di palazzi stupendi, quella via, la più regolare e la più bella della Roma di quel tempo, aveva servito di corso al sedicesimo secolo. Vi si sentiva l'antico quartiere di lusso, caduto nel silenzio, nella solitudine dell'abbandono, invaso da una specie di dolcezza e di discrezione clericale.
E le vecchie facciate si succedevano, mostrando delle persiane chiuse, delle inferriate fiorite di rampicanti, dei gatti accoccolati sulle soglie delle botteghe buie dove si esercitavano umili traffici: mentre i passanti erano scarsi, qualche donna senza cappello che trascinava dei ragazzi, un carretto di fieno tirato da un mulo, un frate superbo drappeggiato in un ruvido manto, un velocipedista che scivolava senza rumore con la macchina scintillante al sole.
Finalmente il cocchiere si volse e additando un grande edifizio quadrato, all'angolo di una viuzza che scendeva verso il Tevere, disse:
- Il palazzo Boccanera.
Pietro alzò la testa, e quella abitazione severa, d'una architettura così massiccia e così nuda, annerita dagli anni, gli strinse un po' il cuore.
Come il palazzo Farnese, e come il palazzo Sacchetti, suoi vicini, il palazzo Boccanera venne costruito da Antonio da San Gallo verso il 1540 ? anzi, la tradizione riferiva che, come pel primo, l'architetto vi avesse impiegato dei massi rubati al Colosseo ed al teatro di Marcello.
Larga e quadrata sulla via, la facciata di sette finestre aveva tre piani, il primo molto alto, molto aristocratico.
Ed i grandi finestroni del pianterreno, sbarrati da enormi inferriate sporgenti, probabilmente pel timore di qualche assalto, erano poggiati sopra grandi mensole che ne formavano la sola decorazione, ed erano coronati da attici che riposavano anch'essi su altre mensole più piccole.
Sopra la monumentale porta d'ingresso, dai martelli di bronzo, davanti alla finestra di mezzo, correva una loggia. In alto, sul cielo, la facciata era cinta da ricchissimo cornicione i cui fastigi spiccavano per mirabile grazia e purezza di ornati. Quel cornicione, le mensole e gli attici delle finestre e gli stipiti della porta, erano di marmo bianco, ma così opaco, così sbriciolato, che aveva preso la grana ruvida e giallastra della pietra. A destra ed a sinistra della porta v'erano due panche antiche, sorrette da grifoni, anch'esse di marmo; e si vedeva anche, incastrata nel muro, in uno degli angoli, una stupenda fontana in stile del Rinascimento, oggi disseccata, un Amore portato da un delfino, appena riconoscibili, tanto il rilievo ne era stato logorato dal tempo.
Ma uno stemma richiamò specialmente lo sguardo di Pietro ? uno scudo che, scolpito sopra una delle finestre del pianterreno, recava le armi dei Boccanera: il drago alato che soffiava sulle fiamme. Ed egli leggeva chiaramente il motto, rimasto intatto: Bocca nera, Alma rossa.
Sopra un'altra finestra, v'era, per riscontro, in una di quelle piccole nicchie ancora numerose a Roma, una Beata Vergine vestita di raso, davanti alla quale una lampada ardeva di pieno giorno.
Il cocchiere, secondo l'uso, stava per ingolfarsi sotto il buio atrio spalancato, quando il giovane prete, preso da un senso di timidezza, lo fermò.
- No, no, non entrate; è inutile.
E, sceso di carrozza, lo pagò, trovandosi poi, con la valigia in mano, prima sotto la vôlta, poi nel cortile centrale, senza aver incontrato anima viva.
Era un cortile quadrato, piuttosto ampio, circondato da un portico, come un chiostro. Sotto le fosche arcate, frammenti di statue, marmi trovati negli scavi, un Apollo senza braccia, una Venere di cui non restava che il tronco, erano allineati lungo i muri; ed un'erba fina cresceva tra i sassi che screziavano il suolo di mosaico bianco e nero. Sembrava che il sole non dovesse scendere mai fino a quel lastrico, ammuffito per l'umidità. Regnavano là dentro un'ombra, un silenzio di una maestà morta e di una tristezza infinita.
Pietro, sorpreso dell'abbandono di quel palazzo muto, continuava a cercare qualcuno, un portinaio, un servitore; ed essendogli parso di vedere scivolare un'ombra, si decise a varcare un'altra vôlta che metteva ad un giardinetto, sul Tevere. Da quella parte, la facciata, senza fregi, senza ornamenti, non presentava che le tre file delle sue finestre simmetriche. Ma il giardino gli strinse ancor più il cuore per l'abbandono in cui lo vide.
Al centro, in una vasca colmata di sabbia, crescevano dei bossi selvatici. Tra le gramigne invadenti, il disegno dei viali non era segnato che dagli aranci a frutti d'oro, quasi maturi, che li fiancheggiavano. Sotto il muro di destra, tra due lauri enormi, v'era un sarcofago del secondo secolo, dei fauni che violentavano delle donne, tutt'un baccanale sfrenato, una di quelle scene di amore famelico che la Roma della decadenza metteva sui sepolcri; e quel sarcofago, trasformato in abbeveratoio, riceveva il sottile filo d'acqua che pioveva da un largo mascherone tragico, fissato nel muro.
Colà si apriva anticamente sul Tevere una specie di loggia a portico, una terrazza, che con una doppia gradinata scendeva al fiume.
Ma i lavori de' muraglioni lungo il Tevere cominciavano ad innalzare le sponde, la terrazza si trovava quindi più bassa del nuovo piano, tra un mucchio di rottami, di pietre da costruzione abbandonate, nello sventramento polveroso e implacabile che metteva a soqquadro quel quartiere.
Questa volta Pietro fu certo di aver veduto l'ombra di una gonnella. Tornò nel cortile e si trovò di fronte ad una donna che doveva esser prossima alla cinquantina, ma senza un capello bianco, d'aspetto gaio, molto vivace, dalla statura un po' bassa.
Però, nel vedere il prete, una specie di diffidenza apparve sul suo viso tondo, dagli occhietti chiari.
Egli, subito, cercò di spiegarsi masticando le poche parole del suo italiano approssimativo.
- Signora, sono l'abate Pietro Froment.
Ma essa non lo lasciò proseguire, dicendo in buonissimo francese, con l'accento un po' impastato e strascicante del centro della Francia.
- Ah! signor abate, so, so... Vi aspettavo; ho degli ordini.
E siccome egli la guardava, strabiliando:
- Sono francese, io... Abito da venticinque anni questo paese, e non ho ancora potuto abituarmi al loro maledetto gergo.
Pietro rammentò allora che il visconte Filiberto de la Choue gli aveva parlato di quella domestica, Vittorina Bosquet, una ragazza di Anneau, nella Beauce, venuta a Roma a ventidue anni con una padrona tisica, alla cui morte subitanea s'era trovata smarrita come in mezzo ad un paese di selvaggi. Si era data quindi corpo ed anima alla contessa Ernesta Brandini, una Boccanera, che avendo partorito allora, l'aveva raccolta di sul lastrico per farne la bambinaia della figlia Benedetta, pensando che servirebbe a farle imparare il francese. Trovandosi in casa da venticinque anni, Vittorina si era innalzata al grado di governante, rimanendo però un'illetterata così sprovveduta del dono delle lingue che non era riuscita che a cincischiare un pessimo italiano pei bisogni del servizio, nei suoi rapporti con l'altra servitù.
- Ed il signor visconte sta bene? ? riprese colla sua schietta famigliarità. ? E' così buono, ci fa tanto piacere quando capita qui, da noi, ad ogni suo viaggio!... So che la principessa e la contessina hanno avuto da lui, ieri, una lettera che vi annunziava.
Era, infatti, il visconte Filiberto de la Choue che aveva combinato ogni cosa pel soggiorno di Pietro a Roma. Non rimanevano di quell'antica e rigogliosa schiatta dei Boccanera, che il cardinale Pio Boccanera, la principessa sua sorella, zitellona, detta per rispetto donna Serafina, poi la loro nipote Benedetta, la cui madre, Ernesta, aveva seguìto nella tomba il marito conte Brandini, e finalmente il loro nipote, Dario Boccanera, il cui padre, principe Onofrio Boccanera, era morto, e la madre, una Montefiori, aveva ripreso marito. Per il fatto di un matrimonio, il visconte era un po' imparentato con quella famiglia; il suo fratello minore aveva sposato una Brandini, sorella del padre di Benedetta, e così, col titolo gentilmente concessogli di zio, egli aveva abitato più volte nel palazzo di via Giulia, mentre viveva il conte.
S'era affezionato alla figlia di costui, Benedetta, in ispecie dopo il dramma intimo d'un matrimonio infelice di cui si tentava di ottenere l'annullamento. Adesso che Benedetta era tornata a stare collo zio cardinale e colla zia Serafina, il visconte le scriveva spesso e le mandava dei libri francesi. Fra gli altri, le aveva inviato quello di Pietro e da questo era venuto uno scambio di lettere, poi l'annunzio dato da Benedetta che l'opera era stata denunziata alla Congregazione dell'Indice, col consiglio all'autore di accorrere e la graziosa offerta di ospitarlo nel palazzo. Il visconte, stupito quanto il giovine prete, non aveva compreso bene, ma aveva persuaso Pietro a partire, per precauzione, infervorandosi pel conseguimento di una vittoria che faceva anticipatamente sua.
Era naturale quindi lo sbalordimento di Pietro, sbalzato in quella dimora ignota, impegnato in un'avventura eroica di cui gli sfuggivano i motivi e le condizioni.
Vittorina riprese ad un tratto:
- Ma io vi lascio qui, signor abate... Venite, vi condurrò nella vostra camera. Dove avete il bagaglio?
Poi, quando egli le ebbe mostrata la valigia che si era deciso a posare in terra, spiegandole che dovendo fermarsi solo una quindicina di giorni, si era limitato a prendere una tonaca di ricambio, con un po' di biancheria, ella mostrò molta meraviglia.
- Quindici giorni! Credete di non fermarvi che quindici giorni?... Basta, vedrete...
E, chiamando un servitore che finalmente s'era degnato di mostrarsi, aggiunse:
- Giacomo, portate questa roba nella stanza rossa... Volete venire, signor abate?
Pietro si sentiva rianimato e rallegrato per quell'incontro impreveduto di una compatriota, così vivace, così bonaria, in fondo a quel tetro palazzo romano.
Adesso, nell'attraversare il cortile, essa gli andava raccontando che la principessa era uscita e la contessina, come in casa continuavano a chiamare Benedetta per tenerezza, sebbene fosse maritata, non era ancora comparsa quella mattina, perchè un po' indisposta. Ma ripeteva che aveva già ottenuti gli ordini opportuni.
La scala era in un angolo del cortile, sotto il portico una scala monumentale, coi gradini larghi e bassi, così piani che un cavallo avrebbe potuto facilmente salirli, ma con mura di pietre così squallide, con i ripiani così vuoti e così solenni, che una malinconia mortale pioveva dalle vôlte altissime.
Giunta al primo piano, Vittorina, notando l'emozione di Pietro, sorrise. Il palazzo sembrava disabitato, nessun rumore usciva dalle sale chiuse. Essa indicò semplicemente un'alta porta di quercia, a destra.
- Sua Eminenza occupa qui l'ala sul cortile e sul fiume, oh! neppur il quarto del primo piano. Abbiamo chiuso tutte le sale di ricevimento sulla via. Come si potrebbero tener in ordine tante sale, ed a che scopo? Ci vorrebbe della società!
Continuava a salire col suo passo lesto, rimasta straniera colà, probabilmente perchè di una natura troppo diversa per essere trasformata dall'ambiente. Al secondo piano, riprese:
- Guardate, ecco a sinistra l'appartamento di donna Serafina ed a destra quello della contessina. E' il solo angolo della casa un po' caldo, dove ci si accorge di vivere. D'altronde, oggi è lunedì e la principessa riceve questa sera. Vedrete che roba!
Poi, aprendo una porta che metteva su un'altra scala, molto stretta, disse:
- Noi altri siamo alloggiati al terzo piano... Volete avere la bontà di lasciarmi passare avanti, signor abate?
Lo scalone di lusso finiva al secondo piano e Vittorina spiegò che il terzo non aveva che quella scala di servizio la quale conduceva al vicolo che scendeva al Tevere, lungo il palazzo. V'era colà una porticina molto comoda.
Finalmente, al terzo piano, la donna si mise per un corridoio, mostrando delle altre porte.
- Ecco l'appartamento di don Vigilio, il segretario di Sua Eminenza... Ecco il mio. Ed ecco quello che vi è destinato. Il signor visconte non ne vuole altri, quando viene a passare qualche giorno a Roma: dice che è più libero qui, perchè esce e torna come gli pare e piace. Vi darò, come a lui, una chiave della porticina, in fondo. Eppoi vedrete che bella vista!
Ed entrò: l'appartamento si componeva di due camere: un salotto piuttosto vasto, parato d'una carta rossa a fiorami gialli, ed una stanza dalla carta grigia sparsa di fiori azzurri sbiaditi.
Ma la sala era all'angolo del palazzo, sul vicolo e sul Tevere; e la donna si accostò subito alle due finestre, l'una che dava sulle lontananze del Tevere, l'altra che faceva fronte al Trastevere ed al Gianicolo, posto sull'altra sponda del fiume.
- Ah! sì, è molto pittoresco! ? disse Pietro, che l'aveva seguìta e se ne stava in piedi vicino a lei.
Giacomo giungeva senza fretta, dietro di loro, colla valigia; erano le undici passate. Allora, vedendo il prete molto stanco, e indovinando che doveva aver appetito, dopo un viaggio simile, Vittorina gli offerse di fargli servire subito la colazione in sala. Avrebbe avuto poi tutto il pomeriggio per riposare o per uscire e non vedrebbe la signora che la sera a desinare. Egli protestò, dichiarando che uscirebbe, che non perderebbe certo un dopopranzo.
Ma accettò la colazione perchè, infatti, moriva di fame.
Però dovette ancora pazientare una buona mezz'ora, perchè Giacomo che lo serviva sotto gli ordini di Vittorina, non aveva fretta. E la donna, molto diffidente, non lasciò il forestiero che dopo essersi assicurata che non gli mancherebbe assolutamente nulla.
- Ah! signor abate, che gente, che paese! Non potete farvene la menoma idea. Se ci vivessi cent'anni, non mi ci abituerei... Ah! se non fosse per la contessina che è così bella, così buona!
Poi, mentre metteva in tavola ella stessa un piatto di fichi, lo fece stupire aggiungendo che una città piena di preti non poteva essere una buona città.
Quella domestica incredula, così attiva e così allegra, in quel palazzo, ricominciava a sbigottirlo.
- Come! Non avete religione?
- No, no! signor abate, ma i preti, vedete, non sono affar mio. Ne avevo già conosciuto uno in Francia, quando ero bambina. Più tardi, qui, ne ho veduti troppi; è finita. Oh! non lo dico per Sua Eminenza, che è un santo uomo, degno di tutto il rispetto... E, in casa, sanno che sono una donna onesta e che non ho mai avuto una cattiva condotta. Perchè non mi lascerebbero stare, dal momento che voglio bene ai miei padroni e disimpegno con attenzione il mio servizio?...
Finì col ridere schiettamente.
- Ah! quando mi hanno detto che veniva un prete, come se non ne avessimo già abbastanza qui, ho cominciato col brontolare nei cantucci... Ma voi mi sembrate un giovane dabbene, e credo che c'intenderemo perfettamente... Non so perchè ve la dico così lunga: forse perchè venite da laggiù, e anche perchè la contessina mostra molto interesse... per voi... Basta, mi scuserete, non è vero signor abate? E, credetemi, riposate oggi, non fate la corbelleria di andare in giro per la loro città, dove non ci sono poi, ve lo accerto, tante belle cose da vedere come dicono...
Quando fu solo, Pietro si sentì ad un tratto vinto dalla fatica accumulata nel viaggio ed ancor accresciuta dalle ore di febbre entusiastica che aveva passate; e, come sbalordito ed ubbriacato dalle due uova e dalla costoletta mangiate in fretta, si buttò, bell'e vestito sul letto, coll'intenzione di riposare una mezz'ora.
Non si addormentò subito: pensava a quei Boccanera di cui conosceva in parte la storia e di cui seguiva la vita intima, attraverso alla lente di ingrandimento delle sue prime sorprese, in quel palazzo deserto e silenzioso, di una maestà così squallida e così malinconica. Poi le sue idee s'imbrogliarono, si sprofondò nel sonno fra tutto un popolo di fantasime, le une tragiche, le altre benigne, volti indistinti che lo guardavano con occhi da sfinge, girando in ridda nell'ombra dell'ignoto.
I Boccanera avevano avuto due papi: uno al tredicesimo, l'altro al quindicesimo secolo; ed era a quei due eletti, a quei signori onnipotenti che dovevano ne' tempi passati le loro smisurate dovizie, tenute immense dalle parti di Viterbo, parecchi palazzi a Roma, oggetti d'arte da riempire molte gallerie, un tal mucchio d'oro da colmar delle cantine.
Quella famiglia passava per la più pia del patriziato romano, per quella di cui la fede era più ardente e la spada sempre al servizio della Chiesa, la più credente ma anche la più battagliera, la più impetuosa, sempre in guerra e di una fierezza tale che l'ira dei Boccanera era passata in proverbio.
E da questa derivavano anzi le loro insegne, il drago alato sbuffante fiamme, il motto fiero e ardente che forma un bisticcio del loro nome: Bocca nera, alma rossa. La bocca rabbuiata da un ruggito, l'anima fiammeggiante come un braciere di fede e d'amore.
Correvano ancora sul loro conto leggende di passioni sfrenate, di terribili atti di giustizia.
Si narrava il duello d'Onfredo, quel Boccanera appunto che aveva fatto erigere, verso la metà del sedicesimo secolo, il palazzo attuale sul posto di un'antica abitazione demolita.
Onfredo, saputo che la moglie si era lasciata baciare sulle labbra dal giovane conte di Costamagna, fece rapire costui una sera, lo fece portare a casa sua, con le membra avvinte di corde; e colà, in un'immensa sala, prima di liberarlo, lo costrinse a confessarsi ad un frate. Poi tagliò la corda con un pugnale, spense le lampade, e gridò al conte di estrarre il pugnale e di difendersi. Per più di un'ora, in quella sala ingombra di mobili, sepolta in oscurità assoluta, i due uomini si cercarono, si evitarono, si afferrarono, crivellandosi di colpi.
E, sfondate le porte, si trovò fra pozze di sangue, fra le tavole rovesciate, le seggiole rotte, Costamagna col naso tagliato, le cosce lacerate da trentadue ferite, mentre Onfredo aveva perduto due dita della mano destra, ed aveva le spalle a buchi come un crivello. Il miracolo fu che nè l'uno nè l'altro morirono.
Cent'anni prima, su quelle stesse sponde del Tevere, una Boccanera, una ragazza appena sedicenne, la bella ed appassionata Cassia, colpiva Roma di ammirazione e di terrore.
Amava Flavio Corradini, uscito da stirpe rivale ed esecrata, che il padre, principe Boccanera, le rifiutava aspramente, ed il fratello maggiore, Ercole, aveva giurato di uccidere ove lo avesse sorpreso con lei. Il giovane veniva a trovarla in barca, ed essa lo raggiungeva dalla scaletta che scende al fiume. Orbene, una sera Ercole, che li spiava, balzò nella barca, piantando a Flavio un coltello nel cuore.
Più tardi, si poterono ricostruire i fatti: si comprese che Cassia, furente, pazza e disperata, non volendo sopravvivere al suo amore, s'era buttata sul fratello, afferrando nella stessa stretta irresistibile l'uccisore e la vittima e facendo capovolgere la barca. Quando si trovarono i tre cadaveri, Cassia stringeva ancora i due uomini, premendo le loro faccie l'una sull'altra, fra le braccia nude, rimaste di una bianchezza di neve.
Ma queste erano epoche svanite.
Oggi, se la fede rimaneva, la violenza del sangue pareva si fosse acquietata nei Boccanera.
Anche le loro immense ricchezze erano andate in fumo nella lenta decadenza che, da un secolo, moltiplica le rovine del patriziato romano. Avevano dovuto vendere le terre, il palazzo si era spogliato delle sue dovizie, cadendo a poco a poco al livello mediocre e borghese dei tempi nuovi.
Essi almeno si rifiutavano ostinatamente a qualunque parentado estraneo, gloriosi del loro sangue romano, rimasto puro. E la povertà non era nulla: appagavano il loro immenso orgoglio col vivere a parte senza un lamento, in fondo all'ombra ed al silenzio in cui si spegneva la loro stirpe. Il principe Ascanio, morto nel 1848, aveva avuto quattro figli da una Corvisieri: Pio, il cardinale, Serafina che non aveva preso marito per rimanere col fratello, ed Ernesto che aveva lasciato una sola figlia, per cui non restava ormai erede maschio a continuare il nome all'infuori del figlio di Onofrio, il giovine principe Dario, che toccava i trent'anni.
Se egli moriva senza posterità, quei Boccanera così vivaci e bellicosi, di cui l'azione aveva avuto tanta parte nella storia, erano condannati a sparire.
Sin dall'infanzia, Dario e sua cugina Benedetta si erano amati, di una passione sorridente, spontanea e profonda.
Erano nati l'uno per l'altra, e non si figuravano di esser venuti al mondo per altro che per essere marito e moglie, quando avessero raggiunto l'età conveniente. Il giorno in cui, già quarantenne, il principe Onofrio, uomo molto amabile e popolare a Roma, che spendeva a seconda degli impulsi del cuore la poca sostanza rimastagli si era deciso a sposare la figlia della Montefiori, la marchesina Flavia, di cui la sfolgorante bellezza da Giunone bambina gli aveva fatto smarrire il senno, era andato ad abitare la villa Montefiori, l'unica ricchezza, l'unica tenuta di quelle due signore, villa posta dalle parti di S. Agnese fuori delle mura: un vasto giardino, vero parco, con alberi secolari, in mezzo a cui la villa stessa, un edifizio meschino del secolo decimosettimo, cadeva in rovina. Circolavano delle voci poco lusinghiere sul conto di quelle Montefiori: la madre quasi una spostata dal giorno nel quale era rimasta vedova; la figlia troppo bella, di modi troppo provocanti. Quel matrimonio era stato quindi formalmente disapprovato da Serafina, molto severa, e dal fratello maggiore Pio, allora soltanto cameriere segreto partecipante del S. Padre, canonico della Basilica Vaticana.
E soltanto Ernesta aveva continuato le proprie relazioni col fratello che adorava per la sua grazia scherzosa: cosicchè, poi, era diventato il suo più caro svago condurre ogni settimana la figlia Benedetta per tutta la giornata a villa Montefiori. E che giornata deliziosa per Benedetta e per Dario, che avevano, lui, quindici anni, lei dieci! che giornata amorosa e fraterna, in mezzo a quel giardino così grande, quasi abbandonato, coi suoi pini a ombrello, i suoi bossi giganteschi, le sue macchie di roveri ondeggianti, fra cui ci si smarriva come in una foresta vergine!
Era un'anima di passione e di dolore, quella povera anima oppressa di Ernesta, nata con un bisogno immenso di vivere, una gran sete di sole, di esistenza felice, libera ed attiva in piena luce. La si citava pei grandi occhi chiari, pel delicato ovale del suo dolce viso. Un po' ignorante, avendo imparato il poco che sapeva in un convento di monache francesi, era cresciuta claustrata in fondo al tetro palazzo Boccanera, non conoscendo il mondo che dalla passeggiata quotidiana che faceva in carrozza, colla madre, al Corso ed al Pincio.
Poi, a venticinque anni, già stanca ed angosciata, fece il solito matrimonio: sposò il conte Brandini, ultimo di una famiglia nobilissima, numerosissima e povera, il quale dovette venir ad abitare il palazzo di via Giulia, di cui tutt'un'ala del secondo piano venne disposta per la giovine coppia.
E nulla fu mutato per Ernesta: essa continuò a vivere nella stessa ombra gelida, nello stesso passato morto, di cui sentiva il peso gravare sempre più su di lei, come una lastra sepolcrale. Era d'altronde, da una parte e dall'altra, un matrimonio molto decoroso.
Il conte Brandini venne giudicato, in breve, l'uomo il più gonzo ed il più superbo di Roma. Era di una divozione gretta, formalista ed intollerante, e si pavoneggiò quando gli riuscì, dopo raggiri senza numero, e sorde mene che durarono dieci anni, a farsi nominare scudiero di Sua Santità.
Da allora in poi, parve che, col suo uffizio, la tetra maestà del Vaticano fosse entrata in casa. E ciò nullameno la vita tornò possibile ad Ernesta, sotto Pio nono, fino al 1870; le era lecito di aprire le finestre che davano sulla strada, di ricevere qualche amica, senza farne mistero, di accettare degli inviti per qualche festa.
Ma quando gli italiani ebbero conquistato Roma ed il papa si dichiarò prigioniero, la casa di via Giulia divenne un sepolcro. Si chiuse il portone, si tirarono i chiavistelli, si inchiodarono le imposte, in segno di lutto e, per dieci anni, non si passò che dalla scaletta che dava sul vicolo. Così pure vi fu divieto di aprire le persiane della facciata. Era la musoneria, la protesta dell'aristocrazia nera, il palazzo piombato in un'immobilità di morte, ed una reclusione totale; non più ricevimenti, rare ombre, gl'intimi di donna Serafina entravano quasi di soppiatto il lunedì, per l'usciolino stretto, oppure socchiuso. Allora, per dieci anni lugubri, la giovane donna pianse ogni notte: quella povera anima, segretamente disperata, agonizzò nel trovarsi sepolta viva.
Ernesta aveva avuto la figlia Benedetta molto tardi, a trentatrè anni. Sulle prime, la bambina fu una distrazione per lei. Poi, l'esistenza retta da disciplina così severa la riprese nel suo ingranaggio; dovette mettere la piccina al Sacro Cuore della Trinità dei Monti, dalle monache francesi che avevano istruita anche lei. Benedetta ne uscì a diciannove anni, sapendo il francese e l'ortografia, un po' d'aritmetica, il catechismo ed avendo qualche nozione confusa di storia.
E le due donne continuarono a condurre una vita da gineceo, in cui si sentiva già l'influenza dell'Oriente: mai un'uscita col marito e col padre, le giornate passate in fondo all'appartamento chiuso, rallegrate dall'unica passeggiata quotidiana, il giro obbligatorio al Corso ed al Pincio.
In casa l'autorità restava assoluta, il vincolo di famiglia conservava una tenacia, una forza che le piegava sotto il volere del conte, senza possibilità di ribellione; ed a quelle volontà si aggiungevano quelle di donna Serafina e del cardinale, severi difensori dei vecchi costumi.
Dacchè il papa non usciva più per la città, la carica di scudiero lasciava molti ozii al conte, perchè le scuderie erano molto ridotte; ma ciononostante egli disimpegnava il suo servizio, di pura rappresentanza, con una ostentazione di zelo devoto come continua protesta contro la monarchia usurpatrice stabilita al Quirinale.
Benedetta aveva compiuto i vent'anni, quando una sera, dopo una cerimonia a San Pietro, suo padre rincasò con tosse e brividi. Otto giorni dopo moriva, ucciso da una polmonite. E nel loro lutto fu una liberazione inaspettata per le due donne che si sentirono indipendenti.
Da quell'ora in poi Ernesta non ebbe più che un pensiero: salvare la figlia da quella atroce esistenza sepolcrale.
Si era annoiata troppo, non era più in tempo per risorgere, ma non voleva che Benedetta vivesse anche lei una vita contro natura, in un sepolcro volontario. Adesso una stanchezza dello stesso genere, un senso di ribellione apparivano d'altronde in alcune famiglie patrizie le quali dopo la musoneria dei primi tempi, cominciavano a riavvicinarsi al Quirinale. Perchè i figli, bramosi di azione, di libertà, di sole, avrebbero dovuto sposare eternamente il dissidio dei padri?
E senza che potesse aver luogo una riconciliazione tra la società nera e la bianca, le tinte si confondevano già, avevano luogo dei parentadi impreveduti.
La questione politica non commoveva Ernesta: anzi, essa la ignorava. Una sola cosa ambiva con fervore, che la sua stirpe uscisse finalmente da quel sepolcro esecrando, da quel palazzo Boccanera, nero, muto, in cui le sue gioie di donna si erano agghiacciate in un'agonia così lunga. Aveva sofferto troppo nel suo cuore di fanciulla, di amante, di sposa! Si abbandonava ora all'ira per quel suo destino infelice, naufragato, in una stolta rassegnazione. E anche la scelta da lei fatta in quel tempo di un nuovo confessore, influì sulla sua volontà; poichè, rimasta molto pia ed osservante, era sempre docile ai consigli del suo direttore spirituale.
Per emanciparsi meglio aveva lasciato il padre gesuita sceltole dal marito e preso l'abate Pisoni, curato di una chiesuola vicina ? Santa Brigida ? sulla piazza Farnese.
Era un uomo sui cinquanta, molto mite e molto buono, di una carità un po' rara a Roma, che s'era fatto, mercè l'archeologia, l'amore dei vecchi sassi, un caldo patriotta.
Si raccontava che sebbene fosse un umile prete avesse più volte servito da intermediario fra il Vaticano ed il Quirinale, in affari delicati. Il Pisoni diventato anche il confessore di Benedetta, si compiaceva ad intrattenere madre e figlia della grandezza, dell'unità italiana, della forza trionfale a cui l'Italia giungerebbe il giorno in cui il papa ed il re si fossero riconciliati.
Benedetta e Dario si amavano come il primo giorno, senza fretta, di quell'amore forte e placido degli amanti che sanno di appartenersi. Ma accadde allora che Ernesta si pose fra loro, opponendosi ostinatamente al loro matrimonio. No, no, mai Dario! Mai questo cugino, ultimo del nome, che chiuderebbe anche lui la moglie nella tetra tomba del palazzo Boccanera! Sarebbe la prolungazione di quel sistema di sepoltura, l'aggravamento della rovina, la stessa miseria boriosa, l'eterna musoneria che deprime e sopisce.
Essa conosceva a fondo il giovine: lo sapeva egoista ed infiacchito, incapace di pensiero e di azione, predestinato a seppellire la sua stirpe sorridendo, e lasciando che le ultime pietre della sua casa gli crollassero sulla testa, senza tentare lo sforzo di crearsi una nuova famiglia; e quello che essa voleva, era una sorte diversa, la figlia sua trasformata, arricchita, trionfante della vita dei vincitori e dei potenti del domani. Da quel momento in poi, la madre non cessò mai di ostinarsi di fare la felicità di sua figlia, suo malgrado, raccontandole le sue sventure, scongiurandola di non rinnovare la sua lamentevole storia.
Per altro i suoi sforzi avrebbero fallito contro la fervida energia della fanciulla che si era promessa per sempre al cugino se alcune circostanze speciali non le avessero fatto conoscere il genero che sognava.
Proprio alla villa Montefiori, dove Benedetta e Dario si erano promessi, Ernesta incontrò il conte Prada, figlio di Orlando, uno degli eroi del risorgimento italiano. A 18 anni venuto col padre, da Milano a Roma, al tempo dell'occupazione; era entrato dapprima al ministero delle finanze come semplice impiegato, mentre il vecchio prode, nominato senatore, viveva meschinamente d'una modesta entrata, ultimo avanzo di una fortuna consumata pel servizio della patria. Ma nel giovine, il nobile impeto bellicoso dell'antico compagno di Garibaldi, si era mutato all'indomani della vittoria in una ardente bramosìa di bottino, ed egli era diventato uno dei veri conquistatori di Roma, uno degli uccelli di preda che facevano a brani e divoravano la città. Imbarcatosi in enormi speculazioni di terreni, ove già, a quanto si diceva, erasi arricchito, s'era allora appunto legato d'amicizia col principe Onofrio a cui aveva fatto perdere la testa, suggerendogli di vendere il vasto parco della villa Montefiori per fabbricarvi un nuovo quartiere.
Altri asserivano che il Prada fosse l'amante della principessa, la bella Flavia, che aveva nove anni più di lui, ma era ancora bellissima. E v'era infatti in quell'uomo una violenza di bramosia, un bisogno di preda nelle conquiste che gli toglieva ogni scrupolo di fronte alla proprietà ed alla donna degli altri. Fin dal primo incontro volle Benedetta. Questa, non potendo averla per amante, bisognava sposarla, non v'era altro. Ed egli non esitò, troncò di colpo la sua tresca con Flavia, improvvisamente invaghito di quella fresca verginità, di quel vecchio sangue patrizio che fluiva in un corpo così adorabilmente giovane. Quando ebbe indovinato che Ernesta, la madre, era dalla sua, domandò la mano della figlia, certo di vincere. Fu una grande meraviglia, perchè egli aveva quindici anni più di Benedetta; ma egli era conte, portava un nome già storico, accumulava dei milioni, era ben veduto al Quirinale, in procinto di essere fornito di tutte le fortune. Tutta Roma si infervorò.
Benedetta non potè mai rendersi conto del perchè avesse finalmente ceduto.
Sei mesi prima, sei mesi dopo, un matrimonio simile non si sarebbe certamente concluso, di fronte allo scandalo spaventoso suscitato nell'aristocrazia nera. Una Boccanera, l'ultima di quella antica razza papale, data ad un Prada, uno degli spogliatori della Chiesa! E la riuscita di quel progetto pazzo, era dovuta al caso che l'aveva fatto sorgere in un momento speciale, subito sfumato, nel quale si tentava un ravvicinamento supremo tra il Vaticano ed il Quirinale.
Correva voce che l'intesa fosse finalmente prossima, che il re si mostrasse disposto a riconoscere al papa la proprietà sovrana della Città Leonina e d'una angusta lingua di terreno che andava sino al mare. Stando così le cose, il matrimonio di Benedetta e di Prada non diventava come il simbolo dell'unione e della riconciliazione nazionale? Quella bella creatura, il puro giglio dell'aristocrazia nera, non sarebbe l'olocausto concesso, il pegno dato alla società bianca?
Per quindici giorni non si parlò d'altro e la gente discuteva, s'inteneriva, sperava. La fanciulla, però, non badava molto a quelle ragioni, ascoltando solo il suo cuore, di cui non poteva disporre avendolo già donato.
Ma le toccava udire da mattina a sera le preghiere della madre, che la scongiurava di non respingere la fortuna, la vita che le venivano offerte. Ed era specialmente agitata dai consigli del suo confessore, il buon abate Pisoni, di cui lo zelo patriottico si infiammava in questa circostanza. Egli insisteva presso di lei con tutta la sua fede sui destini cristiani d'Italia, ringraziando la Provvidenza di avere scelto una delle sue devote per affrettare un accordo che doveva far trionfare Dio sul mondo intero.
E, senza dubbio, l'influenza del suo confessore, fu una delle cause decisive che spinsero Benedetta al consenso perchè essa era molto pia e specialmente molto devota ad una certa Madonna di cui andava ogni domenica ad adorare l'immagine nella chiesuola di piazza Farnese.
Un fatto la colpì molto: l'abate Pisoni le riferì che la fiamma della lampada che ardeva davanti all'immagine, diventava bianca ogni volta che egli le si prostrava scongiurando la Vergine di consigliare alla sua penitente quel matrimonio redentore. Così delle forze superiori agirono su lei ed essa si arrese per obbedienza alla madre; anche il cardinale e donna Serafina si erano mostrati avversi sulle prime, ma la lasciarono poi libera di far a suo talento quando sorse la questione religiosa. Benedetta era cresciuta in una purezza, in un'ignoranza assoluta, non sapendo nulla di se stessa, così ignara della vita, che per lei il matrimonio con un uomo che non fosse Dario, non le appariva che come la semplice rottura di una lunga promessa di vita comune senza lo strappo fisico della carne e del cuore. Pianse molto, e sposò Prada, in un giorno di prostrazione, in cui non trovò la forza di resistere ai suoi ed a tutti, accettando un'unione di cui Roma intera era diventata complice.
Ed allora, la sera stessa delle nozze, accadde la catastrofe.
Prada, il piemontese, l'italiano del nord e della conquista, mostrò forse la brutalità dell'invasore, volle trattare la moglie come aveva trattato la città, da padrone impaziente di saziare le sue voglie? Oppure la rivelazione dell'atto fu impreveduta per Benedetta, e troppo insudiciante da parte di un uomo che ella non amava e che ella non potè quindi rassegnarsi a subire? Ella non si spiegò mai chiaramente in proposito.
Ma chiuse con violenza la porta della sua camera, e ne tirò i chiavistelli, rifiutando ostinatamente di riaprirla al marito.
Per un mese, Prada, reso delirante per quell'ostacolo alla passione sua, fece dei tentativi furibondi. Si sentiva insultato, punto nella sua superbia e la sua bramosìa e giurava che avrebbe domato la moglie, come una giumenta indocile, a colpi di frustino. Ma tutta quell'ira sensuale di uomo forte, si spezzava contro la volontà ferrea germogliata in una sera sotto la breve fronte gentile di Benedetta. I Boccanera si erano ridestati in lei: pacatamente, non voleva. E nulla al mondo, neppure la morte, l'avrebbe costretta a volere. Poi v'era in lei, di faccia a quell'improvvisa rivelazione dell'amore, un ritorno a Dario, una certezza che a lui solo doveva fare la dedizione della sua persona, poichè a lui l'aveva promessa.
Il giovane, dopo quel matrimonio che era stato costretto ad accettare come un lutto, viaggiava in Francia. Senza neppur dissimularlo, ella gli scrisse di tornare, impegnandosi di nuovo a non esser mai d'altri che sua. La sua devozione inoltre era cresciuta ed a quell'ostinazione nel serbare la sua verginità per l'amante prescelto, si associava nella sua fede religiosa un pensiero di fedeltà a Gesù. Essa rivelava un'anima ardente di amante fervida pronta al martirio per la fede giurata.
E allorquando, disperata, la madre la scongiurava a mani giunte di rassegnarsi al dovere coniugale, essa rispondeva che non aveva nessun dovere, perchè ignorava ogni cosa quando s'era maritata. Del resto i tempi mutavano, l'accordo tra il Quirinale ed il Vaticano era andato in fumo, a tal segno che i giornali dei due partiti avevano ripreso, con nuova violenza, la loro lotta di contumelie; e quel matrimonio a cui tutti avevano cooperato, come ad un pegno di pace, si dissolveva nello sfacelo generale, e non era più che una rovina aggiunta a tante altre.
Ernesta ne morì. S'era ingannata; la sua esistenza naufragata di sposa senza gioie terminava con quell'errore supremo della madre. Il peggio si era che restava sola sotto l'intera responsabilità del disastro, poichè suo fratello, il cardinale e sua sorella, donna Serafina, la colmavano di rimproveri. Per consolarsi non aveva che la disperazione dell'abate Pisoni, doppiamente colpito dalla perdita delle sue speranze patriottiche e dal rimpianto di aver cooperato a quella catastrofe.
Ed una mattina trovarono Ernesta, bianca e fredda, nel suo letto. Si parlò di aneurisma: ma il dolore era forse bastato. Essa soffriva atrocemente, silenziosamente, senza lagnarsi, come aveva sofferto tutta la vita. Era già un anno quasi che Benedetta era maritata, senza darsi al marito, ma non aveva voluto mai abbandonare il domicilio coniugale, per risparmiare alla madre il terribile colpo di uno scandalo pubblico. La zia Serafina influiva su di lei però, facendole sperare che gettandosi ai piedi del Santo Padre avrebbe potuto ottenere l'annullamento del suo matrimonio; e finì col persuaderla, dopo che seguendo ella stessa certi consigli d'altri, le ebbe dato per direttore spirituale il suo proprio confessore, il padre gesuita Lorenza, in luogo dell'abate Pisoni.
Questo padre gesuita, che toccava appena i trentacinque anni, era un uomo serio ed amabile, con occhi chiari, dotato d'una gran forza di persuasione. Benedetta non si decise che l'indomani della morte di sua madre, ed allora soltanto tornò ad occupare, nel palazzo Boccanera, l'appartamento dove era nata e dove sua madre si era spenta.
Si portò del resto subito il processo per l'annullamento del matrimonio davanti al cardinal vicario, incaricato della diocesi di Roma, per una prima istruttoria.
Si andava dicendo che la contessina non vi si fosse decisa se non dopo avere ottenuta un'udienza segreta del papa, che le aveva dimostrata la più incoraggiante simpatia. Sulle prime il conte Prada voleva costringere la moglie per via giudiziaria a tornare nella casa maritale. Ma scongiurato dal padre, il vecchio Orlando, che questo fatto affliggeva profondamente, si adattò ad aspettare il dibattimento davanti l'autorità ecclesiastica, specialmente esasperato perchè la parte civile dichiarava che il matrimonio non era stato consumato per impotenza del marito. Quest'era una delle ragioni più valide presso la corte di Roma.
Nella sua memoria, l'avvocato concistoriale Morano, una delle autorità del fôro romano, trascurava però di dire che quest'impotenza era unicamente cagionata dalla resistenza della moglie e una lunga discussione si aggirava su quel punto delicato, così scabroso, che sembrava impossibile di conoscere la verità: si davano, da una parte e dall'altra, dei particolari intimi in latino, si producevano testimoni, amici, persone di servizio che avevano assistito a delle scenate e che descrivevano la coabitazione di un anno. Finalmente, il documento più decisivo era un certificato, firmato da due levatrici, le quali, dopo relativo esame, conchiudevano che la verginità della fanciulla era intatta.
Il cardinale vicario, fungendo da vescovo di Roma, aveva deferito il processo alla Congregazione del concilio, il che era un primo successo per Benedetta, e le cose erano a questo punto ora: ella aspettava che la Congregazione si pronunziasse definitivamente, sperando che l'annullamento religioso del matrimonio diventasse poi un argomento inconfutabile per ottenere il divorzio davanti i tribunali civili.
Nell'appartamento freddo, dove sua madre Ernesta, affranta e disperata si era spenta, la contessina aveva ripreso la sua vita di fanciulla, e si mostrava molto calma, molto forte nella sua passione, avendo giurato di non darsi ad altri che a Dario e di non darsi a lui che il giorno in cui un prete li avesse uniti santamente davanti a Dio.
Per l'appunto anche Dario era venuto sei mesi prima ad abitare il palazzo Boccanera, in seguito alla morte del padre e ad una crisi che lo aveva mandato in rovina. Il principe Onofrio, dopo avere, per consiglio di Prada, venduto al prezzo di dieci milioni la villa Montefiori ad una Società bancaria, s'era lasciato cogliere dalla febbre di speculazione che aveva assalito Roma, invece di serbarsi saggiamente in tasca i suoi dieci milioni; cosicchè s'era messo a giocare, ricomprando i propri terreni ed aveva finito col perdere ogni cosa nel krak formidabile in cui si dileguavano le ricchezze di tutta la città.
Caduto in assoluta rovina e persino indebitato, il principe continuava nonostante sul Corso le sue passeggiate da bell'uomo popolare ed affabile, quando morì accidentalmente in conseguenza di una caduta da cavallo: e pochi mesi dopo la sua vedova, la sempre bella Flavia, che s'era industriata a ripescare nel disastro una villa moderna e quarantamila lire d'entrata, sposava un bellissimo uomo, che aveva dieci anni meno di lei, uno svizzero, un tal Giulio Laporta, ex-sergente della guardia svizzera del Santo Padre, poi commerciante di oggetti religiosi, oggi marchese di Montefiori. Ed allora il cardinale Boccanera, offeso aveva imperiosamente ordinato al nipote Dario di venire ad abitare presso di lui un appartamento al primo piano del palazzo. Nel cuore del sant'uomo, che sembrava morto al mondo, sopravviveva l'orgoglio del nome, e un senso di tenerezza per quel giovine delicato, l'ultimo della stirpe, l'unico ormai mercè cui il vecchio ceppo potesse germogliare e rinverdire.
Non si mostrava ostile al suo matrimonio con Benedetta, che amava anch'essa di un affetto paterno; ed era così altiero di loro e così sicuro, che nell'accoglierli seco entrambi sdegnava le voci turpi che gli amici del conte Prada facevano correre nella società bianca, dacchè i cugini erano riuniti sotto lo stesso tetto. Donna Serafina custodiva Benedetta come egli vigilava Dario e, nel silenzio, nell'ombra del vasto palazzo deserto, altra volta insanguinato da tante violenze tragiche, non si trovavano ormai che loro quattro, colle loro passioni ora sopite, ultimi viventi di un mondo che andava in sfacelo all'apparire di un mondo nuovo.
Quando, ad un tratto, l'abate Pietro Froment si svegliò, con la testa pesante pei sogni penosi, fu dispiacente di vedere che annottava. Il suo orologio che consultò in fretta, segnava le sei. Egli che voleva riposare un'ora tutt'al più, ne aveva dormite quasi sette, in una prostrazione invincibile. Ed anche desto, rimaneva in letto, affranto, come vinto prima di aver combattuto.
Perchè quella fiacchezza, quello scoraggiamento, senza motivo, quel brivido di dubbio venuto egli non sapeva d'onde, durante il suo sonno, ad abbattere l'entusiasmo giovanile che lo infiammava al mattino?
I Boccanera erano essi associati a quell'improvviso infiacchimento dell'anima sua? Aveva intravvveduto nelle tenebre dei suoi sogni figure così torbide, così perturbanti che la sua ansia perdurava, ed egli le evocava di nuovo, sbigottito di svegliarsi così in fondo ad una camera sconosciuta, preso dallo spavento dell'ignoto.
Le cose non gli sembravano troppo chiare: non si spiegava perchè Benedetta avesse scritto al visconte Filiberto de la Choue per dargli l'incarico di avvertirlo che il suo libro era denunziato alla Congregazione dell'Indice, nè quale interesse ella potesse avere nel fatto che l'autore venisse a difendersi a Roma ed a che scopo ella avesse spinto l'amabilità sino ad offrirgli di venire ad alloggiare in casa sua... La sua meraviglia, insomma, era di trovarsi là, estraneo, su quel letto, in quella camera, in quel palazzo di cui sentiva il grave silenzio di morte.
Con le membra affrante, col cervello come vuoto, aveva un'improvvisa lucidità di mente, intuiva che certe cose gli sfuggivano, che tutt'una complicazione doveva celarsi sotto l'apparente semplicità dei fatti.
Ma non fu che un baleno e il sospetto svanì, ed egli si alzò con impeto, si scosse, incolpando il triste crepuscolo di quel brivido, di quello sconforto di cui si vergognava.
Allora, tanto per muoversi, si diede ad esaminare le due camere. Erano arredate semplicemente, quasi poveramente, con mobili di mogano, tutti scompagnati, che datavano dal principio del secolo; il letto non aveva tende nè se ne vedevano alle finestre ed alle porte. In terra, sul pavimento nudo, inverniciato di rosso ed incerato, non c'erano che dei tappetini davanti alle seggiole.
E di fronte a quello squallore, a quella freddezza da casa meschina, egli finì col ricordare la camera in cui aveva dormito a Versailles, in casa della nonna, la quale sotto Luigi Filippo teneva colà una piccola bottega di mercerie.
Ma un quadro antico, appeso ad una parete davanti al letto, fra immagini infantili e senza pregi, attirò la sua attenzione. Era una figura di donna, che, scarsamente illuminata da una luce di tramonto sedeva sopra un gradino di pietra, sulla soglia di una casa maestosa e severa da cui pareva l'avessero scacciata.
Le due imposte di bronzo si erano chiuse per sempre ed ella rimaneva colà, coperta di un lino bianco, mentre delle vesti, buttate villanamente a casaccio, giacevano scarse sui massicci gradini di granito.
Aveva ella i piedi nudi, le braccia nude, la faccia china tra le mani rattratte dalla convulsione del dolore, una faccia che non si vedeva, perchè era velata da una mirabile capigliatura d'oro fulvo. Qual dolore senza nome, quale obbrobrio atroce, quale esecrando abbandono nascondeva ella mai, quella reietta, quella amante pertinace, di cui si sognava all'infinito, con cuore commosso, la misteriosa storia! La si indovinava divinamente bella e giovane, nella sua miseria, sotto quel lembo di tela ravvolto attorno alle sue spalle. Ma del resto tutto quello che la riguardava, apparteneva al mistero; la sua passione, la sua sventura e forse la sua colpa. A meno che essa non fosse il simbolo di tutto ciò che rabbrividisce e piange, così, senza volto visibile, davanti alla porta eternamente chiusa dell'ignoto.
Pietro la guardò a lungo, così intensamente, che finì coll'immaginarsi di distinguerne il profilo, d'una tristezza, di una purezza divina.
Non era che un'illusione; il quadro era molto guasto, annerito, lasciato in abbandono, ed egli si chiedeva di qual maestro ignoto potesse essere quel dipinto per commuoverlo a quel punto. Sulla parete vicina, una Vergine, copia infelice di una tela del secolo decimottavo, gli fece dispetto per la volgarità del suo sorriso.
La luce scemava sempre più: Pietro aprì la finestra del salotto e si affacciò.
Rimpetto a lui, sull'altra sponda del Tevere, si rizzava il Gianicolo, il colle da cui aveva veduto Roma al mattino. Ma in quell'ora torbida, essa non era più la città di giovinezza e di sogno, sfumata nel sole mattutino. La notte scendeva in cenere grigia, l'orizzonte si sommergeva fosco ed indistinto. Laggiù, a sinistra, egli scopriva ancora il Palatino, al disopra dei tetti: ed a destra, laggiù, torreggiava sempre la cupola di San Pietro, color di lavagna sul cielo di piombo; mentre, dietro di lui, anche il Quirinale, che egli non poteva vedere, affondava nella nebbia. Scorsero alcuni minuti, eppoi tutto si confuse, Pietro sentì Roma sparire nella sua immensità che egli ignorava. I suoi sospetti e le sue inquietudini senza motivo lo riafferrarono così dolorosamente che egli non potè rimanere alla finestra più a lungo: la richiuse, tornò a sedere e si lasciò sommergere dalle tenebre.
E la sua fantasticheria disperata non ebbe fine che quando la porta si aprì pian piano, e la luce di una lampada rischiarò la camera.
Era Vittorina che entrava con riguardo portando il lume.
- Ah! vi siete levato, signor abate. Sono già venuta alle 4, ma vi ho lasciato dormire. Ed avete fatto benone di dormire a vostro beneplacito.
Poi, siccome egli si lagnava di sentirsi le ossa peste e di aver dei brividi:
- Oh! non pigliate le loro brutte febbri, almeno! Sapete che la vicinanza del fiume non è salubre. Don Vigilio, il segretario di Sua Eminenza, ha le febbri e vi assicuro che non è piacevole.
Gli consigliò quindi di non scendere e di tornare a letto. Lo scuserebbe presso la principessa e la contessina. Egli finì col lasciarla dire e fare, perchè non era in grado di avere una volontà propria. Però, per consiglio di Vittorina, pranzò, prese una minestra, un'ala di pollo e delle conserve che Giacomo, il servitore, venne a portargli.
E quel cibo gli fece un gran bene, si sentì come ristorato, a tal segno che rifiutò di coricarsi e volle assolutamente ringraziare, la sera stessa, le signore della loro cortese ospitalità. Giacchè donna Serafina riceveva di lunedì, si presenterebbe a lei.
- Va bene, va bene ? approvò Vittorina. ? Se vi sentite meglio, sarà uno svago per voi. Il meglio è che don Vigilio, il vostro vicino, passi alle nove a prendervi e vi accompagni. Aspettatelo.
Pietro aveva finito di lavarsi ed aveva infilato la veste nuova quando, alle nove in punto, si bussò leggermente alla sua porta. Un pretucolo, sulla trentina, magro e gracile, con una faccia lunga e pelata color di zafferano, si presentò. Da due anni degli accessi di febbre che lo assalivano ogni giorno, alla stessa ora, lo avevano malamente ridotto.
Ma nella faccia ingiallita, gli occhi neri, quando scordava di temperarne il fuoco, ardevano, incendiati da una anima di fuoco.
Fece una riverenza, dicendo in ottimo francese:
- Don Vigilio, signor abate, interamente a vostro servizio. Volete che scendiamo?
Pietro lo seguì subito, ringraziandolo. Don Vigilio del resto non parlò più, limitandosi a rispondere con dei sorrisi.
Scesa la scaletta, si trovarono al secondo piano sul largo pianerottolo dello scalone.
E Pietro rimase stupìto e rattristato della scarsa illuminazione ? qua e là dei radi becchi di gaz simili a quelli degli alberghi d'infimo ordine, di cui la fiammella giallastra punteggiava appena le tenebre dense degli alti androni sconfinati.
Era gigantesco e funebre.
Neppure sul pianerottolo dove davano le porte dell'appartamento di donna Serafina, rimpetto a quella che conduceva nelle camere della nipote, v'era indizio alcuno di ricevimento per quella sera. La porta restava chiusa, nessun suono usciva dalle sale, nel silenzio di morte che incombeva su tutto il palazzo.
E fu don Vigilio il quale, dopo una nuova riverenza, girò silenziosamente la maniglia dell'uscio senza suonare.
Una sola lampada a petrolio, poggiata sopra una tavola, illuminava l'anticamera, un vasto ambiente dalle pareti disadorne, dipinte di un affresco a rosso ed oro che figurava un panneggio regolarmente drappeggiato, tutt'intorno, alla moda antica. Sulle seggiole giacevano, buttati qua e là, alcuni pastrani d'uomo, due mantelli da donna; mentre i cappelli si ammucchiavano sopra una mensola.
Un servitore, seduto, colle spalle al muro, sonnecchiava. Ma, mentre don Vigilio si tirava da parte per lasciarlo entrare nella prima sala, una stanza parata di broccatello rosso, semi-buia e che sulle prime gli parve vuota, Pietro si trovò rimpetto una figura oscura, una donna vestita di nero, di cui non potè subito discernere i lineamenti.
Per fortuna udì il compagno che diceva, facendo un inchino:
- Contessina, ho l'onore di presentarvi il signor abate Pietro Froment, giunto questa mattina di Francia.
Ed egli restò per un momento solo con Benedetta, in mezzo a quella sala deserta, nella luce sopita di due lampade velate di merletto.
Ma adesso veniva un suono di voci dalla sala attigua, una gran sala, di cui la porta spalancata segnava un quadrato di luce più viva nell'oscurità.
Sin dalle prime parole, la giovane signora si mostrò benigna e cordiale, con una semplicità perfetta.
- Signor abate, sono felice di vedervi. Temevo che la vostra indisposizione fosse grave. Siete del tutto rimesso ora, non è vero?
Egli l'ascoltava, affascinato dalla sua voce lenta, un po' pastosa, in cui una passione frenata sembrava vibrasse in mezzo a molta saviezza.
E la vedeva finalmente ora, coi suoi capelli così neri e così folti, la sua pelle così candida, d'un bianco di avorio. Aveva la faccia rotonda, le labbra un po' tumide, il naso affilato, i lineamenti di una delicatezza infantile. Ma in lei erano specialmente gli occhi che vivevano: occhi immensi, di una profondità infinita, in cui nessuno era sicuro di poter leggere. Dormiva essa? Sognava? Celava sotto l'immobilità del suo volto la tensione ardente delle sante illustri e delle illustri innamorate? Così bianca, così giovane, così placida, aveva delle movenze armoniose, un contegno molto serio, molto nobile e ritmico.
E alle orecchie portava due grosse perle di purezza mirabile, perle che provenivano da una collana celebre di sua madre, che tutta Roma conosceva.
Pietro si scusò, ringraziandola.
- Signora, sono confuso: avrei voluto dirvi fin da questa mattina quanto la vostra grande bontà mi commuove. Aveva esitato a chiamarla "signora" ricordando il motivo addotto nella sua istanza per l'annullamento del matrimonio.
Ma, evidentemente, tutti la chiamavano così.
Il suo volto, del resto, era rimasto placido e benevolo, ed ella si studiò di rinfrancarlo.
- Siete a casa vostra, signor abate. Basta, per raccomandarvi a noi, che il nostro parente, il visconte De la Choue, vi voglia bene e si interessi all'opera vostra. Sapete che ho una grande affezione per lui...
La sua voce esitò un pochino: aveva compreso che era il caso di parlargli del libro, unico movente del suo viaggio e dell'ospitalità offertagli.
- Sì... è il visconte che m'ha mandato il vostro libro. L'ho letto, l'ho trovato bello. Mi ha turbata. Ma io non sono che una ignorante, non ho compreso tutto, e bisognerà che ne discorriamo: mi spiegherete le vostre idee, non è vero, signor abate?
Ed egli lesse allora, nei suoi grandi occhi limpidi, che non sapevano mentire, la sorpresa e l'agitazione di un'anima di bambina, messa di fronte a problemi spinosi cui non aveva mai pensato. Era lei dunque che si era accesa di entusiasmo per la sua opera, che l'aveva desiderato per dargli aiuto, per essere a parte della sua vittoria?
Di nuovo, e molto chiaramente questa volta, egli sospettò un'influenza segreta, qualcuno la cui mano guidava le cose verso una mèta ignota. Ma era attratto da tanta semplicità e da tanta franchezza in una creatura così bella, così giovine, così nobile: e scambiate appena le prime parole si sentì conquistato per sempre. Stava per dirle che essa poteva disporre interamente di lui, quando fu interrotto dall'arrivo di un'altra signora, anch'essa vestita di nero, la cui figura alta e sottile spiccava, dura, nel vano luminoso della porta spalancata.
- E così, Benedetta, hai detto a Giacomo di andar a vedere? Don Vigilio è sceso solo, non mi par conveniente.
- Ma no, zia: il signor abate è qui.
E si affrettò a far la presentazione:
- Il signor abate Pietro Froment... La principessa Boccanera.
Vi fu uno scambio di saluti cerimoniosi.
Donna Serafina doveva toccare la sessantina: ma si stringeva talmente che, per di dietro, la si sarebbe ancor presa per una donna giovine. Quest'era del resto la sua ultima vanità, avendo i capelli affatto bianchi, ancora folti, e serbando di nero solo le sopracciglia nel viso lungo a larghe rughe in cui spiccava il gran naso aristocratico di famiglia.
Non era mai stata bella ed era rimasta nubile, perchè, mortalmente offesa dalla scelta del conte Brandini che aveva preferito Ernesta, la minore; aveva da allora in poi concentrato la sua felicità nel trionfo dell'orgoglio ereditario del suo nome. I Boccanera avevano già avuto due papi, ed essa sperava di non morire prima che suo fratello, il cardinale, fosse il terzo. Si era fatta la sua governante, non l'aveva lasciato mai, vegliando su di lui, consigliandolo, dirigendo la sua casa con mirabile valentìa, facendo miracoli per dissimulare la lenta rovina che ne faceva crollare i tetti sul loro capo. Se da trent'anni riceveva ogni lunedì qualche intimo, tutti del Vaticano, era per alta politica, per fare che il suo salotto rimanesse il convegno dell'aristocrazia nera, una forza ed una minaccia.
Pietro indovinò quindi dalla sua accoglienza come lui, pretucolo forestiero che non era nemmeno prelato, contasse poco per lei.
E questo lo faceva stupire ancor più: egli si domandava di nuovo perchè l'avevano invitato, che veniva a fare in quella società, chiusa agli umili. Sapeva la principessa d'una devozione supremamente austera: gli parve quindi alla fine di capire che ella non lo ricevesse che per un riguardo al visconte; poichè non trovò neppur lei altra frase che questa:
- Siamo tanto felici di aver buone notizie del visconte De la Choue! Egli ci ha condotto un così bel pellegrinaggio due anni fa.
Entrando per la prima, introdusse finalmente il giovine prete nella sala vicina. Era una vasta sala quadrata, parata di vecchio broccatello giallo, a grandi fiorami in stile Luigi 14. Il soffitto, molto alto, era a riparti di legno, mirabilmente scolpito e dipinto, a rosoni d'oro.
Ma i mobili non erano dello stesso stile. Due specchi grandissimi, due stupende mensole dorate, alcuni ricchi seggioloni del secolo decimosettimo; il resto, deplorevole, una tavola rotonda e goffa dell'Impero, piovuta là non si sapeva d'onde, della roba eteroclita uscita da qualche bazar, delle fotografie orribili, sparse sul marmo prezioso delle mensole.
Nessun oggetto d'arte interessante. Sulle pareti dei quadri mediocri: eccettuatone uno di Primitivo anonimo, ma delizioso, una Visitazione del quattordicesimo secolo, la Vergine piccina piccina, d'una delicatezza ideale da bambina di dieci anni, mentre l'Angelo, immenso, stupendo, l'invadeva di un'onda di amore sfolgorante e sovrumano; e, rimpetto, un antico ritratto di famiglia, una fanciulla bellissima, colla testa cinta da un turbante, che si supponeva fosse il ritratto di Cassia Boccanera, l'innamorata e la giustiziera che s'era buttata nel Tevere col fratello Ercole ed il cadavere dell'amante Flavio Corradini. Quattro lampade rischiaravano di una placida luce diffusa la sala sbiadita, come ingiallita da un malinconico tramonto, seria, vuota e squallida, senza un mazzo di fiori.
Subito, con una parola, donna Serafina presentò Pietro, ed egli nel silenzio, nel subitaneo interrompersi delle conversazioni, sentì che tutti gli sguardi si fissavano su di lui, come sopra un oggetto curioso, già aspettato e promesso.
Una diecina di persone al più si trovavano raccolte in quella sala, e fra queste Dario, in piedi, che discorreva con la principessina Celia Buongiovanni, accompagnata da una vecchia parente; questa parlava a mezza voce con un prelato, monsignor Nani, sedendo con lui in un angolo buio. Ma Pietro restò specialmente colpito dal nome dell'avvocato concistoriale Morano, di cui il visconte aveva reputato opportuno, nel mandarlo a Roma, di spiegargli la posizione particolare in casa, a scanso di equivoci. Da trent'anni, Morano era l'amico di donna Serafina. Quella relazione, altre volte colpevole perchè l'avvocato aveva moglie e figli, s'era fatta dopo la sua vedovanza, ed in ispecie col tempo, una relazione scusata ed accettata da tutti, una di quelle antiche unioni naturali che la tolleranza della società finisce col sancire. Entrambi, molto devoti, si erano certamente assicurate le indulgenze necessarie.
E Morano si trovava là, anche quella sera, al posto che da più di un quarto di secolo occupava vicino al camino, sebbene il fuoco invernale non fosse ancora acceso.
E, quando donna Serafina ebbe adempiuto ai suoi obblighi di padrona di casa, tornò anch'essa al proprio posto dall'altra parte del camino, rimpetto a lui.
Allora, mentre Pietro si metteva a sedere, silenzioso e discreto, accanto a don Vigilio, Dario proseguì a voce più alta la storia che stava raccontando a Celia. Era un bel giovane quel Dario, di statura media, pieno di dignità, con barba intera, castana e molto ben tenuta, la faccia lunga, il naso ampio dei Boccanera, ma i lineamenti più gentili e come ammorbiditi dal secolare impoverimento del sangue.
- Oh! una bellezza ? ripeteva con enfasi ? una bellezza mirabile!
- Chi mai? ? domandò Benedetta, raggiungendolo.
Celia, che assomigliava alla piccola Vergine del Primitivo appesa sulla sua testa, rideva.
- Eh! una povera ragazza, un'operaia che Dario ha veduta oggi.
E Dario dovette ricominciare la storia. Passava in una viuzza, dalle parti di piazza Navona, quando avea veduto, abbandonata sopra i gradini di una scala esterna, una ragazza di vent'anni, alta e robusta, che piangeva e singhiozzava.
Commosso, specialmente dalla bellezza di lei, le si era avvicinato ed aveva finito col comprendere che lavorava in quella casa, una fabbrica di perle di cera, ma che, essendo sopraggiunto uno sciopero, la fabbrica si era chiusa, ed essa non aveva il coraggio di tornare dai suoi genitori, tanto ne era grande la miseria. Alzava verso di lui, sotto il diluviare delle lagrime, due occhi così belli, che egli aveva finito col levarsi di tasca un po' di denaro. Ed allora ella si era alzata di scatto, rossa e confusa, nascondendo le mani fra le pieghe della gonnella, non volendo accettare nulla e dicendogli che poteva seguirla, se voleva, e dare quei denari a suo padre.
Poi si era messa a correre verso il ponte Sant'Angelo.
- Oh! una bellezza ? ripeteva con aria estatica ? una bellezza stupenda! Più alta di me, sottile, con un naso da dea, un vero modello antico, una Venere a vent'anni, col mento un po' grosso, la bocca ed il naso di una perfetta purezza di disegno, gli occhi, oh! gli occhi, così grandi, così limpidi! E senza nulla in testa, con un elmo di folti capelli, con la faccia sfolgorante, come indorata da un raggio di sole.
Tutti si erano messi ad ascoltarlo, incantati, in quella passione della bellezza che, malgrado tutto, Roma serba nel cuore.
- Si fanno molto scarse, queste belle figlie del popolo ? disse Morano. ? Si potrebbe girar tutto il Trastevere senza incontrarne. Ecco però un fatto che dimostra come ne sussista ancora una almeno.
- E come si chiama la tua dea? ? domandò Benedetta sorridendo, con interesse ed entusiasmo come gli altri.
- Pierina ? rispose Dario ridendo anche lui.
- E che ne hai fatto?
Ma il viso animato del giovane assunse un'espressione di malessere e di paura, come quello di un bambino, il quale, giuocando, capita sopra una brutta bestiaccia.
- Ah! non parlarmene: mi sono pentito molto... Una miseria, una tal miseria da farvi star male...
Seguendola per curiosità, egli era giunto dietro di lei dall'altra parte del ponte Sant'Angelo, nel nuovo quartiere in costruzione sugli antichi prati di Castello: e là, al primo piano di una di quelle case abbandonate, appena asciutte e già in rovina, aveva veduto uno spettacolo di cui rimaneva ancora sconvolto: un'intera famiglia, madre, padre, un vecchio zio paralitico, alcuni ragazzi, che morivano di fame, imputridivano nel lezzo. Egli sceglieva i termini più nobili per parlarne, respingendo l'orribile visione con un gesto atterrito.
- Insomma, sono fuggito e vi garantisco che non ci torno più.
Tutti crollarono il capo, nel silenzio freddo ed impacciato che si era diffuso. Morano concluse con una frase amara, in cui accusava gli spogliatori, gli uomini del Quirinale, di essere l'unica cagione di tutta la miseria di Roma. Non si parlava forse di portare al ministero il deputato Sacco, quell'intrigante, compromesso in ogni sorta di affari loschi? Sarebbe il colmo dell'impudenza, la bancarotta certa e vicina.
Soltanto Benedetta, di cui lo sguardo si era fissato su Pietro, pensando al suo libro, mormorò:
- Povera gente! E' molto triste, ma perchè non tornare a visitarli?
Pietro, sviato ed astratto sulle prime, si era commosso profondamente al racconto di Dario. Riviveva il suo apostolato fra le miserie di Parigi, si inteneriva, preso da pietà profonda nel ritrovare, fin dal suo arrivo a Roma, miserie consimili.
Involontariamente, alzò la voce, e disse molto forte:
- Oh, signora, andremo a trovarli insieme: mi condurrete con voi. Queste cose mi appassionano tanto!
L'attenzione generale si riconcentrò su di lui. Allora tutti si diedero ad interrogarlo, ed egli si avvide che erano preoccupati della sua prima impressione, di quello che pensava di loro e della loro città.
Egli non doveva affrettarsi a giudicare Roma dalle apparenze. Ma quale effetto aveva prodotto su di lui, insomma? Come l'aveva veduta, come la giudicava? Ed egli si scusava cortesemente di non poter dare nessuna risposta, non avendo veduto nulla, perchè non era ancora uscito di casa. Ma a quella risposta gli altri non fecero che insistere sul loro tema ed egli ebbe la netta percezione che lo si volesse influenzare, condurlo con uno sforzo all'ammirazione ed all'amore.
Lo consigliavano, lo scongiuravano di non cedere ad una prima impressione, di persistere, di aspettare che Roma gli rivelasse l'anima sua.
- Quanto tempo contate di rimanere fra noi, signor abate? ? domandò una voce affabile, dal timbro chiaro e dolce.
Era monsignor Nani, seduto nell'ombra, che parlava ad alta voce per la prima volta. A più riprese, era sembrato a Pietro di avvedersi che il prelato non distoglieva da lui gli occhi azzurri, molto vivi, mentre pareva che ascoltasse attentamente il tardo chiacchierìo della zia di Celia.
E, prima di rispondere, lo guardò nella sottana listata di cremisi, con la fascia di seta viola stretta alla vita, di aspetto ancor giovanile, sebbene avesse passato i cinquanta anni, coi capelli ancora biondi, il naso dritto e fino, la bocca dalle linee delicate e ferme, coi denti mirabilmente bianchi.
- Ma, una quindicina di giorni al massimo, forse tre settimane, monsignore.
Tutti protestarono. Come! Tre settimane? Aveva la pretesa di imparare a conoscere Roma in tre settimane? Ci volevano sei mesi, un anno, dieci anni! La prima impressione era sempre disastrosa, e per tornare su quell'impressione ci voleva un lungo soggiorno.
- Tre settimane! ? ripetè donna Serafina, col suo fare sprezzante. ? E' possibile studiarsi e volersi bene in tre settimane? Quelli che tornano a noi, sono quelli che hanno finito col conoscerci.
Senza dar in esclamazioni come gli altri, Nani s'era limitato sulle prime a sorridere, con un lieve gesto della mano delicata che tradiva la sua origine patrizia. E come Pietro si spiegava modestamente, dicendo che, venuto per certe pratiche, partirebbe quando fossero finite, il prelato concluse, sempre sorridendo:
- Oh! il signor abate resterà più di tre settimane! Spero che avremo la fortuna di averlo con noi a lungo...
Sebbene detta con placida cortesia, quella frase turbò il giovane prete. Che cosa si sapeva? che si voleva dire? Si chinò chiedendo a don Vigilio che gli stava a fianco, sempre taciturno:
- Chi è mai quel monsignor Nani?
Ma il segretario non rispose subito; il suo viso da febbricitante si fece più livido; i suoi occhi ardenti girarono intorno per assicurarsi che nessuno lo spiava. E con un soffio:
- L'assessore del Sant'Uffizio.
L'informazione era sufficiente, poichè Pietro non ignorava che l'assessore, il quale assisteva in silenzio alle riunioni del Sant'Uffizio, si recava ogni mercoledì sera dopo la seduta dal Santo Padre per rendergli conto degli affari trattati colà. Quell'udienza ebdomadaria, quelle ore passate col papa, in una intimità che permetteva di trattare tutti gli argomenti, dava a quel dignitario una posizione speciale, un potere considerevole. E d'altronde, la funzione era cardinalizia e l'assessore non poteva avere altra nomina, poi, che quella di cardinale.
Monsignor Nani, il quale aveva l'aspetto bonario ed amabile, continuava a guardare il giovane prete con fare così incoraggiante, che questi dovette andar ad occupare il posto, lasciato finalmente libero presso di lui dalla vecchia zia di Celia. Non era un presagio di vittoria quell'incontro, fatto il primo giorno, con un prelato potente di cui l'influenza aprirebbe forse tutte le porte?
Si sentì quindi molto commosso quando questi, fin dalla prima domanda, gli chiese cortesemente, con accento di profondo interesse:
- E così, caro figliuolo, avete pubblicato un libro?
Pietro, ripreso a poco a poco dall'entusiasmo, scordando dov'era, si abbandonò; raccontò i suoi trasporti di ardente amore alla vista delle miserie dei sofferenti e degli umili; espose il suo sogno di un ritorno alla comunità cristiana, il suo convincimento che il cattolicismo ringiovanito sarebbe divenuto la religione della democrazia universale. A poco a poco, egli aveva nuovamente alzata la voce, ed il silenzio si diffondeva nella antica sala severa; tutti stavano ad ascoltarlo, in mezzo ad una sorpresa crescente, un freddo glaciale, di cui egli non si avvedeva neppure.
Dolcemente Nani finì coll'interrompere, col suo perenne sorriso, in cui non metteva nemmeno più la punta d'ironia:
- Certo, certo, caro figliuolo, è bello, oh, bellissimo, affatto degno dell'immaginazione pura e nobile di un cristiano... Ma che contate di fare adesso?
- Andar diritto dal Santo Padre per difendermi.
S'udì un lieve risolino soffocato, e donna Serafina manifestò l'opinione comune, esclamando:
- Non si va così dal Santo Padre!
Ma Pietro si infervorò.
- Oh, io spero di vederlo! Non ho forse espresso le sue idee? Non ho difeso la sua politica? E' possibile che egli lasci condannare un libro dove credo di essermi ispirato da ciò che v'ha di più alto in lui medesimo?
- Certo, certo! ? si affrettò a ripetere Nani, quasi temendo che si rivelasse troppo improvvisamente la verità a quel giovane entusiasta. ? Il Santo Padre è una intelligenza così eccelsa! E bisognerà vederlo... Soltanto, caro figliuolo, non vi eccitate in tal modo, riflettete un po', scegliete l'ora opportuna...
Poi, volgendosi a Benedetta:
- Sua Eminenza non ha ancora veduto il signor abate, non è vero? Bisognerà che si degni di riceverlo domani mattina stessa, per dirigerlo coi suoi consigli.
Il cardinale Boccanera non assisteva mai ai ricevimenti della sorella, il lunedì sera. Era sempre là però, presente al pensiero di tutti, come un padrone assente e supremo.
- Ma, a dir vero ? rispose la contessina esitante ? io temo assai che lo zio non entri nelle idee del signor abate.
Nani sorrise di nuovo.
- Per l'appunto, gli dirà delle cose che gli saranno proficue.
E si combinò subito con don Vigilio che questi iscriverebbe il prete per un'udienza, l'indomani mattina alle dieci.
Ma in quel punto entrò un cardinale, in abito piano con cintura e calze rosse, zimarra listata ed abbottonata di rosso. Era il cardinal Sarno, da moltissimi anni intimo dei Boccanera: e mentre si scusava dicendo di aver lavorato fino a tardi, tutti tacevano, facendoglisi premurosi intorno con deferenza.
Ma per esser quello il primo cardinale che vedeva, Pietro risentiva una vivissima delusione, perchè non notava in lui la maestà, il bell'aspetto decorativo che si aspettava.
Questi era piccolo, un po' contraffatto, con la spalla sinistra più alta della destra, la faccia patita e terrea, gli occhi spenti. Gli faceva l'impressione di un vecchissimo impiegato di settant'anni, inebetito da un mezzo secolo di gretta vita burocratica, reso pesante e deforme dall'essere rimasto perennemente inchiodato sulla poltrona dell'ufficio, in cui aveva passata tutta l'esistenza. Ed, in realtà, questa era la storia di quel Sarno, gracile rampollo di una meschina famiglia borghese, educato nel Seminario romano, più tardi professore di diritto canonico in quello stesso seminario durante dieci anni, poi segretario alla Propaganda, e finalmente cardinale da venticinque anni.
S'era appunto celebrato il suo giubileo cardinalizio. Nato a Roma, non aveva mai passato un sol giorno fuori di Roma: era il tipo perfetto del prete cresciuto all'ombra del Vaticano e ignaro del mondo. Sebbene non avesse occupata nessuna carica diplomatica, aveva reso tali servizi alla Propaganda, grazie alle sue abitudini metodiche di lavoro, che era diventato il presidente di una delle due Commissioni che si dividono il Governo dei vasti paesi d'Occidente non ancora cattolici. Ed era così che, in fondo a quegli occhi morti, in quel cranio basso, di espressione ottusa, v'era la carta immensa della cristianità!
Nani stesso si era alzato, pieno di tacito rispetto per quell'uomo di aspetto cascante e così terribile, che metteva le mani fino negli angoli più remoti della terra, senza essere mai uscito dal suo uffizio.
Il cardinale, nella sua apparente nullità, nel suo lento lavoro di conquista metodica ed organizzata, si sapeva tanto forte da mettere a soqquadro gli imperi.
- Sua Eminenza si è ristabilita da quel raffreddore che ci ha dato tanto pensiero?
- No, no, tosso sempre. C'è un andito pernicioso. Mi sento intirizzito appena esco dal mio studio.
Da quel momento in poi, Pietro si sentì piccin piccino e smarrito. Dimenticavano persino di presentarlo al cardinale.
Ed egli dovette rimanere là quasi un'ora guardando, osservando. Quella società invecchiata gli parve allora infantile, come ritornata in una triste fanciullezza. Indovinava sotto la boria, sotto il riserbo altezzoso, una vera timidità, la diffidenza non confessata d'una grande ignoranza. Se la conversazione non si faceva generale, gli era perchè nessuno ardiva di avviarla; ed egli udiva negli angoli delle chiacchiere puerili ed interminabili, i fattarelli della settimana, i pettegolezzi delle sagrestie e dei salotti.
Quella gente si vedeva di rado, le menome avventure assumevano proporzioni enormi. Egli finì coll'avere la sensazione netta di trovarsi trasportato in un salotto francese del tempo di Carlo decimo, in fondo ad una delle sue grandi città episcopali di provincia. Non si serviva nessun rinfresco. La vecchia zia di Celia s'era impadronita adesso del cardinale Sarno, il quale non rispondeva, facendo solo di quando in quando un cenno col mento. Don Vigilio non aveva fiatato in tutta la sera. Una lunga conversazione si era impegnata invece, a voce molto bassa, fra Nani e Morano, mentre donna Serafina, che si sporgeva per ascoltarli, approvava con un lento nicchiare del capo. Discorrevano probabilmente del divorzio di Benedetta, perchè la guardavano di quando in quando con aria seria. Ed in mezzo alla vasta sala, nella luce dormente della lampada, non v'era che il crocchio giovanile, formato da Benedetta, Dario e Celia, che mostrasse esser vivo, chiacchierando a mezza voce e prorompendo talvolta in risate.
All'improvviso, Pietro fu colpito dalla grande somiglianza che v'era fra Benedetta ed il ritratto di Cassia appeso al muro.
Era la stessa delicatezza infantile, la stessa bocca appassionata e gli stessi occhi dilatati, pieni d'infinito, nello stesso piccolo viso rotondo, da creatura assennata e sana.
Certo v'era in quella donna un'anima retta ed un cuore di fuoco. Poi, gli si affacciò un ricordo, quello di una pittura di Guido Reni, l'adorabile e candida testa di Beatrice Cenci di cui il ritratto di Cassia gli parve, in quel momento, la esatta riproduzione.
Quella doppia somiglianza lo commosse e gli fece guardare Benedetta con una simpatia dolorosa, come se tutta una fatalità violenta di paese e di razza stesse per piombare su di lei. Ma ella era così calma, aveva un'espressione così risoluta e così paziente! E dacchè egli era in quel salotto, non aveva sorpreso fra lei e Dario nessuna tenerezza meno che fraterna, specialmente da parte di lei, che serbava sul volto la limpida serenità dei grandi amori leciti. Una volta Dario le aveva prese le mani scherzando, e l'aveva strette: e se lui s'era messo a ridere un po' nervosamente con delle scintille negli occhi, lei senza fretta aveva ritirato le mani, come in un giuoco di vecchi compagni affettuosi. Essa lo amava, visibilmente, con tutta l'anima sua, per tutta la vita.
Ma Dario avendo soffocato un leggero sbadiglio nel guardare l'orologio, ed avendo preso congedo per raggiungere alcuni amici che giuocavano in casa di una signora, Benedetta e Celia vennero a sedere sopra un canapè, vicino alla seggiola di Pietro: così che quest'ultimo potè sorprendere, senza volerlo, alcune parole delle loro confidenze.
La principessa era la figlia maggiore del principe Matteo Buongiovanni, già padre di cinque figli, marito di una Mortimer, una inglese, che gli aveva portato cinque milioni. Si citavano i Buongiovanni come una delle poche famiglie del patriziato di Roma, rimasta ricca e potente fra le macerie di quel passato che crollava da tutte le parti. Anch'essi avevano avuto in famiglia due papi, il che non aveva impedito al principe Matteo di mettersi in buoni rapporti col Quirinale, senza andar in collera col Vaticano.
Figlio d'un'americana anche lui, non avendo più nelle vene il puro sangue romano, era più arrendevole nella sua politica; e molto avaro, a quanto si diceva, lottava per serbare la ricchezza e l'onnipotenza di una casta che sentiva condannata a morte inevitabile.
Ed era in questa famiglia, così orgogliosa, di cui il fasto continuava a riempire la città, che era accaduta una cosa strana suscitando pettegolezzi senza fine; l'amore improvviso di Celia per un giovane tenente, a cui non aveva mai parlato, l'intesa appassionata dei due amanti si vedevano ogni giorno al Corso, non avendo per dirsi i loro pensieri, che lo scambio di uno sguardo; la fermezza tenace della fanciulla, la quale, dopo avere dichiarato al padre che non avrebbe mai accettato altro marito, aspettava, incrollabile nel suo proposito, sicura che le avrebbero dato l'uomo da lei prescelto. Il peggio si era che quel tenente, Attilio Sacco, era figlio del deputato Sacco, un risalito, che l'aristocrazia nera sprezzava come venduto al Quirinale e capace delle più turpi cose.
- Era per me, sai, che Morano parlava ? bisbigliava Celia a Benedetta. ? Sì, sì, quando ha bistrattato il padre di Attilio, a proposito di quel ministero di cui si discorre. Ha voluto darmi una lezione.
Le due fanciulle si erano giurate un'amicizia eterna, al Sacro Cuore, e Benedetta che aveva cinque anni più di Celia, assumeva con lei un fare materno.
- Dunque non metti giudizio e pensi sempre a quel giovine?
- Oh! cara! Vuoi darmi dispiacere anche tu, ora?... Attilio mi piace, lo voglio. Lui o nessun altro, capisci? Lo voglio e lo avrò, perchè l'amo ed egli mi ama... E' molto semplice.
Pietro la guardò, colpito. Ell'era un giglio candido e chiuso, col suo soave volto vergineo; la fronte e il naso di una purità di fiore, una bocca spirante l'innocenza delle labbra chiuse su denti bianchi, occhi di limpida acqua sorgiva, chiari e senza fondo. E non un brivido su quelle guancie di una freschezza di rosa; nè inquietudine, nè curiosità in quello sguardo ingenuo.
Pensava essa? Sapeva? Chi avrebbe potuto dirlo? Ell'era la vergine in tutto il suo mistero formidabile.
- Ah! cara ? riprese Benedetta, ? non ripetere la mia triste storia. Non ci si riesce, bada, a maritare il papa col re.
- Ma, ? disse Celia con calma, ? tu non amavi Prada mentre io amo Attilio. In questo solo consiste la vita; amare.
Quella parola, profferita così naturalmente da quella fanciulla ignara, turbò Pietro a tal segno, che sentì le lagrime salirgli agli occhi. L'amore, sì! quest'era la soluzione di tutti i dissidii, l'alleanza tra i popoli, la pace e la gioia del mondo intero.
Ma donna Serafina si era alzata, sospettando l'argomento della conversazione che animava le due amiche. E gettò a don Vigilio un'occhiata che questi intese, poichè si accostò a Pietro per dirgli sottovoce che era ora di ritirarsi. Suonavano le undici; Celia se ne andava colla zia, l'avvocato Morano voleva probabilmente restare coi cardinali Sarno e Nani per discorrere famigliarmente di qualche difficoltà che si presentava intralciando l'affare del divorzio.
Nella prima sala, Benedetta, dopo aver baciato Celia sulle due guancie, prese congedo da Pietro con molta buona grazia.
- Domani mattina, rispondendo al visconte, gli dirò quanto siamo felici di avervi e per maggior tempo di quello che credete... Non dimenticate di scendere alle dieci a salutare mio zio cardinale.
Su, al terzo piano, mentre Pietro e don Vigilio, ciascuno con in mano un candeliere consegnato loro da un servo, stavano per dividersi davanti alla porta della loro camera rispettiva, il primo non potè fare a meno dal rivolgere al secondo una domanda che lo preoccupava.
- E' un personaggio molto influente monsignor Nani?
Don Vigilio si sgomentò di nuovo, e per tutta risposta fece l'atto di allargare le due braccia come per racchiudervi il mondo intero.
Poi i suoi occhi avvamparono, parve preso anche lui da un senso di curiosità.
- Lo conoscevate, non è vero? ? chiese, senza rispondere.
- Io? Affatto!
- Davvero!... Egli vi conosce benissimo! L'ho udito, lunedì scorso, parlare di voi in termini così precisi, che mi è parso edotto di tutti i minimi particolari della vostra indole e delle vostre idee.
- Non lo conosco neppur di nome.
- Vuol dire che avrà assunto le sue informazioni.
E don Vigilio salutò, entrando in camera sua, mentre Pietro, che stupiva di trovare la sua porta aperta, ne vide uscire Vittorina, col suo fare tranquillo ed allegro.
- Ah, signor abate, ho voluto assicurarmi in persona che non vi mancasse nulla. Avete una candela, avete dell'acqua, dello zucchero, dei fiammiferi. Ed alla mattina che cosa pigliate? Del caffè? No! Del latte puro con un panino? Va bene. Per le otto non è vero? E riposate, dormite bene. Io, la prima notte, ho avuto una gran paura delle fantasime in questo vecchio palazzo. Ma non ne ho mai veduto neppure la coda, niente. Quando si è morti, si è ben contenti di esserlo, si riposa.
Pietro si trovò solo finalmente, felice di ritemprarsi i nervi nella solitudine, di sfuggire all'incubo dell'ignoto che lo aveva oppresso in quella sala, tra quella gente che si raccoglieva in gruppi e si dileguava come delle ombre sotto la luce sopita delle lampade. Le fantasime sono i vecchi morti di una volta, di cui le anime in pena vengono ad amare e soffrire nel petto dei viventi di oggi.
E sebbene avesse riposato a lungo, durante il giorno, non si era mai sentito così stanco, così desideroso di sonno, con la testa confusa ed intontita, temendo di non avere inteso nulla. Quando cominciò a spogliarsi, lo stupore di essere colà, di dormire colà, lo riprese con una intensità tale che gli sembrò per un momento di essere un altro.
Che cosa pensava tutta quella gente del suo libro? Perchè l'avevano fatto venire in quella gelida dimora che egli indovinava ostile? Era per aiutarlo o per abbatterlo? E non rivedeva, nel bagliore giallo, nella luce crepuscolare del salotto, che donna Serafina e l'abate Morano, ai due lati del camino, mentre dietro la testa calma ed appassionata di Benedetta appariva la faccia sorridente di monsignor Nani, dagli occhi astuti, dalle labbra rivelanti una indomita energia.
Si coricò, poi tornò ad alzarsi, soffocando, provando un tal bisogno di aria fresca e libera che andò a spalancare la finestra per affacciarsi. Ma la notte era d'un nero d'inchiostro, le tenebre avevano sommerso l'orizzonte. Sul firmamento la nebbia velava le stelle: la vôlta incombeva, opaca, di una pesantezza di piombo: e, rimpetto, le case del Trastevere dormivano da un pezzo; non una finestra splendeva; soltanto una fiammella di gas ardeva, lontan lontano, come una scintilla smarrita. Invano egli cercò il Gianicolo. Tutto affondava in quel mare del nulla, i ventiquattro secoli di Roma, l'antico Palatino ed il Quirinale moderno, la cupola gigantesca di San Pietro, cancellata dal cielo da un fiume d'ombra. E sotto di sè non vedeva, non udiva neppure il Tevere, il fiume morto nella città morta.
...
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...
3.
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...
L'indomani alle dieci meno un quarto, Pietro scese al primo piano del palazzo per presentarsi all'udienza del cardinal Boccanera.
S'era destato pieno di coraggio, ripreso dall'ingenuo fervore della sua fede; e non risentiva più traccia dello strano accasciamento della sera innanzi, dei dubbi e dei sospetti che l'avevano assalito al primo contatto di Roma nella stanchezza dell'arrivo. Faceva così bello, il cielo era così puro, che il suo cuore batteva di nuovo alla speranza.
Sul largo pianerottolo, la porta della prima anticamera era spalancata. Il cardinale, uno degli ultimi cardinali del patriziato romano, avendo chiuse le sale di ricevimento le cui finestre davano sulla via, e che cadevano in rovina per vetustà, aveva serbato l'appartamento di gala di uno dei suoi prozii, che era stato cardinale come lui verso la fine del decimottavo secolo.
Erano quattro sale immense, alte sei metri, che ricevevano la luce dal vicolo in pendìo che scendeva al Tevere; ed il sole, coperto dalle nere case rimpetto, non vi giungeva mai. L'arredamento serbava tutto il fasto e la pompa dei principi d'un tempo, degli alti dignitari della Chiesa. Ma non vi si faceva nessuna riparazione, non se ne aveva alcuna cura. Gli addobbi pendevano in brandelli, la polvere consumava i mobili, in mezzo ad una noncuranza assoluta, da cui traspariva come una risoluzione superba di fermar il corso del tempo.
Pietro restò un po' colpito, appena entrato nella prima sala, che era l'anticamera della servitù.
Altre volte, due gendarmi pontifici in gran tenuta vi stavano di piantone, fra una turba di servi. Oggi invece, un solo servitore faceva spiccare colla sua presenza di fantoccio la malinconia di quella vasta sala semibuia. Quello che vi destava la maggior impressione era, rimpetto alle finestre, un altare parato di rosso, sotto cui erano ricamate le armi dei Boccanera, il dragone alato, sbuffante fiamme, col motto: Bocca nera, Alma rossa.
Ed anche vi si vedeva il cappello rosso del prozio, l'antico cappello di gala, come pure appesi alla parete i due cuscini di seta rossa ed i due vecchi parasoli che si portavano in carrozza ad ogni uscita. E sembrava di discernere, in mezzo al silenzio assoluto, il lieve scricchiolìo prudente dei tarli i quali da un secolo rodevano tutto quel passato morto, che un solo colpo di granata avrebbe fatto cadere in polvere.
La seconda anticamera, quella dove stava altre volte il segretario, un ambiente vasto come il primo, era vuota; e Pietro dovette attraversarla e non scoperse don Vigilio che nella terza, l'anticamera nobile.
Col suo personale, ormai ridotto allo stretto necessario, il cardinale preferiva avere il suo segretario sotto mano, alla porta stessa dell'antica sala del trono, in cui riceveva. E don Vigilio, così magro, così giallo, così tremante per la febbre, pareva perduto là dentro, vicino ad una piccolissima e meschina tavola nera, coperta di carte. Sepolto in fondo ad un incartamento, alzò la testa, riconobbe il visitatore, e con voce sommessa, appena un bisbiglio nel silenzio, disse:
- Sua Eminenza è occupata. Abbiate la cortesia di aspettare.
Indi si rituffò nella sua lettura, probabilmente per sfuggire ad ogni tentativo di conversazione.
Non avendo il coraggio di sedere, Pietro osservò la camera. Era ancora più squallida ed in rovina che le altre due, col suo parato di damasco verde, logorato dal tempo, e simile al musco che sbiadisce sui vecchi alberi. Ma il soffitto era ancora splendido, con una decorazione sontuosa, una cornice di fregi dipinti e dorati, che recingeva un Trionfo d'Anfitrite, affresco di un allievo di Raffaello. E, secondo l'uso antico, era in quella sala che stava la berretta, sopra una credenza, appiè di un grande crocefisso d'ebano e d'avorio.
Ma, mentre gli occhi di Pietro si abituavano alla scarsa luce, la sua attenzione venne vivamente destata da un ritratto in piedi del cardinale, ritratto dipinto di recente. Questi vi era rappresentato in grande abito di cerimonia, la tonaca di seta paonazza, il rocchetto di merletto, la cappa regalmente gettata sulle spalle.
E quel vecchio maestoso di settant'anni serbava nel suo costume ecclesiastico la sua altera presenza da principe, con la faccia completamente rasa, i capelli bianchi, ancora così folti che gli piovevano in anella sulle spalle.
Aveva i lineamenti imperiosi dei Boccanera, il naso pronunciato, la bocca grande a labbra sottili, in una faccia lunga, solcata da rughe profonde; ed il distintivo caratteristico della sua stirpe appariva specialmente negli occhi che illuminavano il volto pallido, occhi molto foschi, ardenti di vita sotto folte sopracciglia ancora nere. Se quella testa fosse stata cinta d'alloro, avrebbe ricordato le teste degli imperatori romani. Boccanera sarebbe apparso bellissimo e signore del mondo, come se il sangue di Augusto gli avesse irrigato le vene.
Quel ritratto ricordò a Pietro la storia ch'egli ben conosceva.
Educato nel Collegio dei Nobili, Pio Boccanera non aveva lasciato Roma che una volta sola, ancora giovanissimo, appena diacono, per andare a Parigi a presentare una berretta come ablegato. Poi la sua carriera ecclesiastica si era svolta principescamente, gli onori si erano raccolti su di lui in modo spontaneo, come dovuti alla sua nascita; consacrato dalla mano stessa di Pio nono, fatto più tardi canonico della Basilica vaticana e cameriere segreto partecipante, nominato maggiordomo dopo l'occupazione italiana, aveva infine nel 1874 raggiunto il cardinalato.
Da quattro anni era camerlengo, e si riferiva sottovoce che Leone tredicesimo l'avesse scelto per quella carica, come era stato scelto egli stesso altra volta da Pio nono, per allontanarlo dalla successione al trono pontificio; poichè, se il Conclave, nel nominare Leone tredicesimo, aveva trasgredito la tradizione la quale non voleva che si potesse eleggere al papato il camerlengo, questa volta certo esiterebbe a commettere una nuova infrazione. E si diceva anche che, come sotto il regno passato, fosse sôrta una lotta sorda tra il papa ed il camerlengo, quest'ultimo tenendosi in disparte, condannando la politica della Santa Sede, di opinione radicalmente opposta a quella del papa in ogni cosa, aspettando muto, nella nullità attuale della sua carica, la morte del papa che gli avrebbe dato il potere interinale fino alla elezione del nuovo, il dovere di convocare il Conclave e di vigilare sul buon andamento transitorio degli affari della Chiesa. L'ambizione del papato, il sogno di rinnovare il caso del cardinal Pecci, camerlengo del papa, ardeva essa dietro quell'alta fronte severa, nella fiamma stessa di quegli sguardi foschi? Il suo orgoglio di principe romano non conosceva che Roma, ed egli si faceva quasi un vanto di ignorare totalmente il mondo moderno, mostrandosi però molto pio, d'una devozione austera, di una fede assoluta ed incrollabile, non mai turbata dal menomo dubbio.
Ma un bisbiglio riscosse Pietro dalle sue meditazioni. Era don Vigilio che, col suo fare prudente, lo invitava a sedere.
- Forse ci vorrà molto; potete prendere uno sgabello.
E si diede a coprire di caratteri minuti un largo foglio di carta, mentre, automaticamente e per obbedirgli, Pietro sedeva sopra uno degli sgabelli di rovere, messi in fila lungo il muro, di contro al ritratto. E, caduto in una nuova fantasticheria, gli parve di vedere il fasto principesco di uno dei cardinali di altri tempi risorgere e sfolgorare attorno a lui.
Anzitutto il cardinale dava, nel giorno della sua nomina, delle feste e dei divertimenti pubblici, di cui taluni vengono ancora citati pel loro sfarzo.
Per tre giorni le porte delle sale di ricevimento restavano spalancate; entrava chi voleva.
E gli uscieri gridavano e ripetevano di sala in sala i nomi dei vegnenti: patrizi, borghesi, popolani, tutta Roma, che il nuovo cardinale accoglieva con suprema bontà, come un re accoglie i suoi sudditi.
Poi, era tutta una corte organizzata ? certi cardinali, una volta, si conducevano dietro più di cinquecento persone; avevano una casa che comprendeva sedici uffizi; vivevano in mezzo ad una vera corte.
Anche più recentemente, dopo che s'era semplificata la vita, un cardinale, se era principe, aveva diritto ad un treno di gala di quattro carrozze, con cavalli neri. Quattro servitori, vestiti di una livrea colle sue armi, lo precedevano, portandogli il cappello, i cuscini ed il parasole. Inoltre era scortato dal segretario in mantello di seta violetta, dal coadiutore, rivestito della croccia, una specie di zimarra di lana violetta, a risvolti di seta, e dal gentiluomo in costume Enrico secondo, che reggeva la berretta tra le mani inguantate. Sebbene già ridotto, il personale di casa comprendeva ancora l'uditore, che aveva per incarico il lavoro delle Congregazioni, il segretario, unicamente impiegato alla corrispondenza, il maestro di camera che introduceva i visitatori, il gentiluomo che portava il cappello, ed il caudatario, il cappellano ed il maestro di casa ed il cameriere, senza contare lo sciame dei servi di ordine inferiore, cuochi, cocchieri, palafrenieri, un intero popolo brulicante negli immensi palazzi. Era di codesto popolo che Pietro affollava, col pensiero, le tre vaste antisale, precedenti la sala del trono.
Era quella turba di servi in livrea turchina, dai galloni stemmati, quella ressa di abati e di prelati in mantelli di seta che riviveva davanti a lui, mettendo una vita di festa e di magnificenza sotto le alte vôlte silenziose, nell'ombra crepuscolare che rischiarava del suo splendore risuscitato.
Ma oggi, specialmente dopo l'ingresso degli italiani a Roma, quasi tutte le grandi ricchezze dei principi romani erano sfumate, ed il fasto degli alti dignitari della Chiesa era scomparso. Il patriziato, allontanandosi, nella sua rovina, dalle cariche ecclesiastiche mal rimunerate e poco gloriose, le abbandonava all'ambizione della piccola borghesia.
Il cardinale Boccanera, l'ultimo principe di nobiltà antica che vestisse la porpora, non aveva, per sostenere la dignità del suo grado, che una trentina di mila lire circa cioè le ventiduemila lire della sua carica, accresciute da quello che gli rendevano certe altre sue funzioni; e non avrebbe assolutamente potuto cavarsela con quelle, se donna Serafina non gli fosse venuta in aiuto, con gli avanzi dell'antico patrimonio di casa, da lei abbandonato al fratello ed alle due sorelle. Donna Serafina e Benedetta facevano casa a parte, vivendo per conto proprio, pensando alla loro tavola, alla loro servitù, alle loro spese personali. Il cardinale non aveva seco che il nipote Dario e non dava mai pranzi nè ricevimenti. La sua spesa maggiore era l'unica carrozza. Il pesante carrozzone a due cavalli che il cerimoniale gli imponeva, perchè un cardinale non deve uscire a piedi per Roma; ed inoltre il suo cocchiere, un vecchio servitore, gli risparmiava la spesa del palafreniere, ostinandosi a rigovernare da sè la carrozza e i due cavalli neri, invecchiati in casa come lui.
V'erano due servi, padre e figlio, quest'ultimo nato nel palazzo. La moglie del cuoco aiutava in cucina. Ma le massime riduzioni avevano preso di mira l'anticamera nobile e la prima anticamera, tutto l'antico personale così numeroso e così sfarzoso, consistendo questo ormai in due pretucoli: don Vigilio, il segretario, che era in pari tempo l'uditore ed il maestro di casa, e l'abate Paparelli, il caudatario, che serviva anche da cappellano e da maestro di camera. Dove, una volta, circolava la turba degli stipendiati d'ogni condizione, popolando le sale del suo splendore, non si vedevano oggi che quelle due piccole sottane nere che passavano senza rumore, ombre umili smarrite nella vasta ombra delle sale morte.
E come Pietro l'intendeva bene adesso quell'altera noncuranza del cardinale, che lasciava compiere al tempo la sua opera di distruzione, in quel palazzo degli antenati, a cui egli non poteva ridare la gloriosa vita d'un tempo!
Edificata per quella vita, pel treno regalmente sfarzoso di un principe del cinquecento, la dimora crollava, deserta ed annerita, sul capo del suo ultimo signore, che non aveva più abbastanza servi per popolarla e che non avrebbe nemmeno potuto pagare la calce necessaria alle riparazioni. Giacchè il mondo moderno si mostrava così ostile, giacchè la religione non era più la regina suprema, giacchè la società era mutata, e si andava verso l'ignoto tra l'odio e l'indifferenza delle nuove generazioni, perchè non lasciarlo cadere in polvere quel vecchio mondo, nell'orgoglio pertinace della sua gloria secolare?
Solo gli eroi morivano in piedi senza abbandonar nulla del passato, ligi fino all'ultimo sospiro alla stessa fede, non avendo altro che il doloroso coraggio, la tristezza incommensurabile di assistere alla lenta agonia del loro Dio.
E nel ritratto del cardinale, nel suo volto così pallido, così orgoglioso, così sconsolato e così prode, si leggeva quella risoluzione caparbia di annientarsi sotto le macerie del vecchio edifizio secolare, piuttosto che cambiarne una sola pietra.
Il fruscìo d'un passo furtivo, un leggiero trotterellare da topolino, riscosse il prete dalla sua fantasticheria, facendogli voltare la testa.
S'era aperto un uscio nell'addobbo ed egli ebbe la sorpresa di veder un abate sulla quarantina, basso e pingue, che pareva quasi una vecchia zitella in gonna corta, già molto vecchio, tanto aveva il viso flaccido e cincischiato di rughe, fermarsi dinnanzi a lui. Era l'abate Paparelli, il caudatario e maestro di camera, a cui quest'ultimo ufficio conferiva l'obbligo di introdurre i visitatori. Scorgendo Pietro stava per interrogarlo, quando don Vigilio intervenne per dare le informazioni del caso.
- Ah! vedo, vedo, l'abate Froment che Sua Eminenza si degnerà di ricevere... Bisogna aspettare, bisogna aspettare...
E col suo passo furtivo e silenzioso tornò al suo posto nella seconda anticamera dove stava di solito.
A Pietro spiacque quel viso da vecchia bacchettona ingiallito nel celibato e patito per troppi esercizi di pietà; e siccome don Vigilio, stanca la testa, le mani arse di febbre, non s'era rimesso al lavoro, si arrischiò ad interrogarlo. Oh! l'abate Paparelli, un uomo di gran fede che rimaneva solo per umiltà in un uffizio modesto, presso Sua Eminenza! Questi, d'altronde, aveva la bontà di premiarlo col non sdegnare alle volte i suoi consigli.
E dagli occhi ardenti di don Vigilio traluceva un'ironia sorda, una collera ancor velata, mentre continuava ad esaminare Pietro, un po' rassicurato ora, e conquiso dalla evidente rettitudine di quel forastiero, che non doveva ancora far parte di nessuna combriccola.
Finì quindi collo spogliarsi un po' della sua perenne e morbosa diffidenza e si indusse persino a discorrere un momentino.
- Sì, sì. C'è molto lavoro alle volte e del lavoro piuttosto pesante... Sua Eminenza fa parte di parecchie Congregazioni: il Sant'Uffizio, l'Indice, i Riti, la Concistoriale. E tutti gl'incartamenti degli affari di cui gli tocca il disbrigo capitano a me. Debbo studiare ogni caso, fare una relazione, insomma sbrogliare la faccenda... Senza contare che tutta la corrispondenza mi passa anch'essa fra le mani. Per fortuna che Sua Eminenza è un santo, che non pratica raggiri nè per sè nè per gli altri, il che ci permette di vivere un po' in disparte.
Pietro prendeva un vivo interesse a quegli intimi particolari d'una di quelle esistenze di principe della Chiesa, così velate di solito e spesso così trasformate dalla leggenda. Seppe che, tanto d'estate come d'inverno, il cardinale si alzava alle sei del mattino. Diceva messa nella sua cappella, una cameretta, senz'altri mobili che un altare di legno dipinto, dove non entrava mai alcuno. Il suo appartamento particolare non si componeva che di una camera da letto, una sala da pranzo ed uno studio, locali angusti e modesti, ricavati da un gran salone mediante dei tramezzi. Viveva colà molto rinchiuso, e da uomo sobrio e povero, senza alcun lusso. Alle otto faceva colazione con una tazza di latte freddo. Poi, nelle mattine di seduta, si recava alle Congregazioni di cui faceva parte, oppure restava a casa, a ricevere. Si pranzava all'una e dopo veniva la siesta fino alle quattro e persino alle cinque, d'estate; la siesta di Roma, il momento sacro durante cui nessun servitore avrebbe osato nemmeno di bussare alla porta.
I giorni di bel tempo il cardinale faceva, dopo il risveglio, una passeggiata in carrozza dalla parte dell'antica via Appia, d'onde tornava all'ora del tramonto quando suonava l'Avemaria. E finalmente dopo aver ricevuto dalle sette alle nove, cenava, tornava in camera sua e non ricompariva più, lavorando solo o coricandosi.
I cardinali vanno dal papa due o tre volte al mese, a giorno fisso, pei bisogni del servizio. Ma da quasi un anno il camerlengo non era stato ammesso a nessuna udienza particolare, il che era un indizio di disgrazia, una specie di guerra di cui tutta la società nera discorreva sottovoce per prudenza.
- Sua Eminenza è un po' burbero ? continuava don Vigilio piano, felice di parlare in un momento di abbandono. ? Ma bisogna vederlo sorridere, quando sua nipote, la contessina, che adora, scende per abbracciarlo. Se siete bene ricevuto lo dovete alla contessina, sapete.
In quel momento venne interrotto. Un suono di voci veniva dalla grande anticamera ed egli si alzò di scatto facendo un profondo inchino ad un omone in sottana nera a cintura paonazza, con in testa un cappello nero a cordone rosso ed oro, che entrava introdotto dall'abate, con grande sfoggio di riverenze.
Don Vigilio aveva fatto cenno a Pietro di alzarsi anche lui ed ebbe ancor tempo di bisbigliargli:
- Il cardinale Sanguinetti, prefetto della Congregazione dell'Indice.
L'abate Paparelli frattanto si profondeva in complimenti e premure, ripetendo con aria di soddisfazione bigotta:
- L'Eminenza Vostra reverendissima è attesa. Ho ordine di introdurla subito... C'è già Sua Eminenza il gran Penitenziere.
Sanguinetti, che aveva la voce alta, il passo pesante, ruppe in uno scatto brusco e familiare.
- Sì, sì, una folla di importuni mi ha trattenuto. Non si fa mai quello che si vuole. Basta ci sono finalmente.
Era un uomo sui sessanta, grasso e tarchiato, con faccia tonda e colorita, naso enorme, labbra tumide, occhi vivaci, sempre in moto.
Colpiva specialmente per il suo aspetto di gioventù attiva, quasi turbolenta, coi capelli ancora neri, appena segnati da qualche filo d'argento, pettinati con cura e raccolti in ricci sulle tempie. Nato a Viterbo, aveva fatto i primi studii nel seminario di quella città, venendo poi a compierli all'Università gregoriana di Roma.
Il suo stato di servizio ecclesiastico rivelava come fosse stato rapido il suo cammino, pronta la sua intelligenza: prima, segretario di nunziatura a Lisbona, poi vescovo titolare di Tebe ed incaricato di una missione delicata al Brasile ? subito dopo il ritorno, nunzio a Brusselles, poi a Vienna e finalmente cardinale, senza contare che aveva ottenuto già il vescovado suburbicario di Frascati.
Pratico degli affari, avendo avuto rapporti con tutta Europa, le sole cose che gli facessero torto erano la sua ambizione messa troppo in evidenza ed il suo spirito d'intrigo. Ora lo si diceva intransigente, volendo dall'Italia la restituzione di Roma, sebbene altra volta avesse fatto delle pratiche di conciliazione presso il Quirinale. Nella sua smania intensa di essere il papa del domani, passava da un'opinione all'altra, si prendeva mille brighe per conquistare della gente, che abbandonava subito dopo. Due volte già era andato in collera con Leone tredicesimo, poi gli era parso atto di savia politica il sottomettersi. La verità si era che, candidato quasi palese alla Santa Sede, egli si struggeva nei suoi sforzi continui, immischiandosi di troppe cose, mettendo troppa gente in subbuglio.
Ma Pietro non aveva veduto in lui che il Prefetto della Congregazione dell'Indice; ed una idea sola lo conturbava: quella che colui deciderebbe delle sorti del suo libro. Quindi, partito il cardinale e l'abate Paparelli tornato nella seconda anticamera, egli non potè a meno di chiedere a don Vigilio:
- Le Loro Eminenze il cardinale Sanguinetti ed il cardinale Boccanera sono dunque in grande intrinsechezza?
Un sorriso piegò le labbra del segretario, mentre i suoi occhi si accendevano di un'ironia che non sapeva più frenare.
- Oh! in grande intrinsechezza, no. Si vedono quando non possono farne a meno.
E spiegò che tutti usavano dei riguardi al cardinale per la sua nascita illustre, cosicchè la gente si riuniva volentieri in casa sua quando si presentava qualche caso grave, che richiedesse, come in quel giorno appunto, una seduta straordinaria.
Il cardinale Sanguinetti era figlio di un medicuccio di Viterbo.
- No, no! Le Loro Eminenze non sono in amicizia... Tutt'altro... Quando non si hanno nè le stesse idee nè lo stesso carattere, è difficile di intendersi. E tanto più è difficile quando l'uno è d'imbarazzo all'altro!
Aveva detto questo più piano, quasi seco stesso, col suo sorrisetto amaro. D'altronde Pietro, assorto nella sua preoccupazione individuale, gli badava appena.
- Forse è per quell'affare dell'Indice che si riuniscono? ? domandò.
Don Vigilio doveva conoscere lo scopo dell'adunanza. Ma si limitò a rispondere che per gli affari dell'Indice si riunivano presso il prefetto della Congregazione. E Pietro, vinto dall'impazienza, si decise a fargli una domanda diretta:
- Il mio affare, l'affare del libro, lo conoscete, non è vero? Dal momento che Sua Eminenza fa parte della Congregazione e che le carte vi passano fra le mani, voi potreste forse darmi qualche utile informazione in proposito. Non so nulla ed ho una tal fretta di sapere!
Subito don Vigilio venne ripreso dalla sua paurosa inquietudine. Cominciò col balbettare che non aveva veduto le carte, il che era vero.
- Non ci è stato trasmesso alcun documento finora, ve lo affermo e ignoro assolutamente ogni cosa.
Poi, siccome il prete stava per insistere, gli fece cenno di tacere e tornò a scrivere, gettando degli sguardi furtivi verso la seconda anticamera, pel timore che l'abate Paparelli stesse ad ascoltare.
Decisamente, egli aveva parlato anche troppo. E si faceva piccin piccino alla sua tavola, sommerso, svanito nel suo cantuccio nascosto.
Allora Pietro ricadde nella sua fantasticheria, con l'anima nuovamente invasa da tutto quell'ignoto che gli si stendeva intorno, dalla tristezza antica e sonnolenta delle cose.
Era trascorso così un tempo interminabile: eran vicine le undici.
Ma, finalmente, uno strepito di porte, un rumore di voci lo riscosse. Fece un inchino rispettoso al cardinale Sanguinetti che se ne andava in compagnia di un altro cardinale, molto magro, molto alto, con faccia scialba e lunga di asceta. Ma nè l'uno nè l'altro mostrarono di accorgersi di quell'umile prete straniero che s'inchinava al loro passaggio.
Parlavano forte, familiarmente:
- Ah sì, il vento cala; ha fatto più caldo di ieri.
- Avremo certo lo scirocco domani.
Il silenzio si diffuse, di nuovo, solenne, nell'ampia sala buia. Don Vigilio continuava a scrivere, senza che s'udisse lo scricchiolìo leggero della penna sulla dura carta giallastra. Vibrò un lieve tintinnìo di campanello stridulo. E l'abate Paparelli accorse dalla prima anticamera, sparve un momento nella sala del trono, tornando subito per chiamare ? con un cenno ? Pietro che annunziò a voce sommessa:
- Il signor abate Pietro Froment.
La sala, grandissima, era in rovina anch'essa. Sotto la mirabile vôlta di legno scolpito e dipinta, i parati rossi delle mura, un broccato a grandi palme, cadevano in brandelli.
Vi si era fatto qualche rammendo, ma la porpora fosca di quella seta, altre volte di splendida ricchezza, appariva sbiadita nei molti punti dove non rimaneva che la trama.
L'oggetto raro della sala era il trono antico, il seggiolone di velluto rosso in cui prendeva posto, una volta, il Santo padre quando faceva visita al cardinale. Un baldacchino di velluto rosso uguale gli sovrastava e sotto quel baldacchino stava appeso il ritratto del papa regnante. E, secondo la regola, il seggiolone era voltato verso la parete, per indicare che nessuno doveva sedervisi. Non v'erano altri mobili nella vasta sala, che dei canapè, delle poltrone, delle seggiole ed una meravigliosa tavola Luigi 14, a piedi di legno dorato con un mosaico che rappresentava il Ratto d'Europa.
Ma Pietro non vide sulle prime che il cardinale Boccanera, in piedi, vicino ad un'altra tavola che gli serviva da scrivania. Nella semplice sottana nera, listata ed abbottonata di rosso, questi appariva ancora più alto e più fiero che nel ritratto col suo costume storico.
Erano gli stessi capelli bianchi inanellati, la faccia lunga solcata di larghe rughe, il naso grosso e le labbra sottili; erano gli stessi occhi di fuoco, illuminanti la faccia pallida, sotto le folte sopracciglia ancora nere. Soltanto il ritratto non rendeva la fede suprema e placida che spirava da quell'alta figura, una certezza assoluta di sapere in che cosa stesse la verità, ed una risoluzione assoluta di esservi ligio in eterno.
Boccanera non si era mosso, guardando fisso, coll'occhio fosco, il visitatore che gli si appressava; ed il prete, che conosceva il cerimoniale, si inginocchiò e baciò il grosso anello di smeraldo che il cardinale aveva in dito. Ma, subito, questi lo rialzò.
- Caro figliuolo, siate il benvenuto tra noi... Mia nipote mi ha parlato con tanta simpatia della vostra persona che sono felice di ricevervi.
Sedette vicino alla tavola, senza dire a Pietro che facesse altrettanto, e continuò ad osservarlo parlando con voce lenta, molto garbata.
- Siete giunto ieri mattina e molto stanco, non è vero?
- L'Eminenza Vostra è troppo buona... Sì, affranto dalla fatica, quanto dall'emozione. Questo viaggio è così importante per me!
Parve che il cardinale non volesse intavolare fin dalle prime parole la questione importante.
- Certo, certo. C'è un bel tratto da Parigi a Roma. Oggi si fa piuttosto celeremente. Ma, una volta, che viaggio interminabile!
La sua parola si fece più lenta.
- Sono andato a Parigi una sola volta, oh! molto tempo fa, saranno ormai cinquant'anni e per una sola settimana... E' una grande e bella città, sì, sì! molta gente per le vie, persone ben educate, un popolo che ha fatto delle cose mirabili. Non si può scordare, neppure nelle tristi ore attuali, che la Francia è stata la figlia primogenita della Chiesa. Dopo quell'unico viaggio, non ho più lasciato Roma.
E compì il suo pensiero con un gesto di placida noncuranza. A che pro far delle gite in quel paese del dubbio e della ribellione? Non bastava Roma, Roma che governava il mondo, la città eterna, la quale, nei tempi vaticinati, sarebbe ridiventata la capitale del mondo?
Pietro, silenzioso, evocando nel cardinale il principe impetuoso e battagliero d'una volta, ridotto a indossare quella semplice sottana, lo trovava bello nella sua altera convinzione che Roma bastasse a sè stessa.
Ma quell'ostinarsi nell'ignoranza, quella ferma volontà di non tener conto delle altre nazioni se non per trattarle come vassalle, lo sgomentarono, quando, per un ritorno sopra sè stesso, pensò alla ragione che lo conduceva. E, siccome il cardinale taceva, gli parve di dover tornare in materia con un omaggio.
- Prima di ogni altra pratica, ho voluto mettere ai piedi di Vostra Eminenza il mio profondo ossequio, poichè in lei solo io spero, è da lei che invoco consiglio e guida.
Allora Boccanera lo invitò, con un cenno della mano, a prender posto di contro a lui.
- Certo, mio caro figliuolo, non vi rifiuto i miei consigli. Li debbo a qualunque cristiano che desidera agir bene. Soltanto avreste torto di contare sulla mia influenza; essa è nulla. Io vivo affatto in disparte, non posso e non voglio chieder nulla... Non importa, questo non ci impedirà di discorrere un pochino.
Continuò, intavolando molto schiettamente la questione, senza nessuna astuzia, da spirito energico e valoroso che non teme responsabilità.
- Voi avete scritto un libro, non è vero? La Roma Nuova, credo, e venite per difendere quel libro che la Congregazione dell'Indice deve giudicare?... Io non l'ho letto. Capirete che non posso leggere tutto. Leggo solo le opere che mi manda la Congregazione, di cui faccio parte dall'anno scorso; ed anche per quelle mi contento spesso del rapporto che mi compila il mio segretario. Ma mia nipote Benedetta ha letto il vostro libro e m'ha detto che non mancava d'interesse, che sulle prime l'aveva fatta meravigliare, e, dopo, l'aveva fortemente commossa. Vi prometto dunque di scorrerlo e di studiarne con la massima cura gli squarci incriminati.
Pietro afferrò l'occasione per cominciare a difendere la propria causa. E pensò subito che il meglio fosse di indicare le sue referenze a Parigi.
- Vostra Eminenza comprenderà il mio stupore quando ho saputo che il mio libro era incriminato... Il signor visconte Filiberto De la Choue, che ha la bontà di dimostrarmi molta amicizia, andava ripetendo che un libro simile valeva quanto il migliore degli eserciti per la Santa Sede.
- Oh, De la Choue, De la Choue ? ripetè il cardinale con un atto di sprezzo benigno ? so che De la Choue crede di essere un buon cattolico... E' un pochino nostro parente, voi lo sapete. E quando viene da me, lo vedo con piacere, a patto che non si discorra di certi argomenti su cui non potremmo mai intenderci... Ma, insomma, il cattolicismo di quell'ottimo e distinto De la Choue, colle sue corporazioni, i suoi circoli di operai, la sua democrazia avvenire ed il suo socialismo, non è altro che della letteratura.
Quella parola colpì Pietro, perchè ne sentì tutta l'ironia sprezzante, ironia che veniva a colpire anche lui.
Si affrettò quindi a nominare l'altro protettore che rispondeva di lui, e che egli credeva un'autorità indiscutibile.
- Sua Eminenza il cardinale Bergerot si è compiaciuto di dare la sua intera approvazione al mio lavoro.
Questa volta la fisionomia di Boccanera si alterò subitaneamente. Non vi si lesse più il biasimo ironico, la pietà che desta l'atto inconsulto di un fanciullo, destinato a fiasco sicuro. Una fiamma di sdegno accese gli occhi foschi, una fiera intenzione di lotta sconvolse i lineamenti del suo viso.
- Certamente ? rispose con voce lenta ? il cardinale Bergerot gode fama di uomo pio in Francia. Lo conosciamo poco a Roma. Personalmente, l'ho veduto una volta sola, quando è venuto a prendere il cappello cardinalizio. E non mi permetterei di giudicarlo, se recentemente i suoi atti ed i suoi scritti non avessero conturbato la mia anima di credente. Sventuratamente non sono il solo; e qui, nel Sacro Collegio, voi non troverete nessuno che lo approvi.
S'interruppe, poi profferì il suo giudizio con voce netta.
- Il cardinale Bergerot è un rivoluzionario.
Questa volta, la sorpresa fece ammutolire Pietro per un momento. Un rivoluzionario, gran Dio!... quel pastore di animo così mite, di una carità così inesauribile, che sognava di veder Gesù ridiscendere sulla terra per bandirvi finalmente il regno della giustizia e della pace! Le parole non avevano dunque lo stesso significato in tutti i luoghi ed in che religione capitava egli, perchè la religione dei poveri e degli infelici diventasse una passione riprovevole e addirittura ribelle?
Senza intendere, sentì però l'inutilità e la scortesia di una discussione e non pensò più ad altro che a raccontar del suo libro, spiegarlo e difenderlo.
Ma però, fin dalle prime parole, il cardinale gli impedì di proseguire:
- No, no, caro figliuolo. Ci vorrebbe troppo tempo; e voglio leggerne dei brani... Del resto, v'ha una regola assoluta: qualsiasi libro che tocchi la fede è pernicioso, è condannabile... Il vostro libro rispetta esso profondamente il dogma?
- Lo credo e dichiaro a Vostra Eminenza che non ho inteso di fare un'opera di negazione.
- Sta bene: in tal caso, potrò stare con voi... Soltanto, nel caso contrario, avrei un solo consiglio da darvi, quello di ritirare spontaneamente il vostro lavoro, condannarlo e distruggerlo, senza aspettare di esservi costretto da una decisione dell'Indice. Quegli che ha provocato lo scandalo deve sopprimerlo ed espiarlo, tagliando nella propria carne viva. Un prete non ha altro dovere che l'umiltà e l'obbedienza, l'annichilimento totale dell'esser suo nella volontà suprema della Chiesa. Ed anzi, perchè scrivere? V'è già un principio di ribellione nell'esprimere un concetto proprio! E' sempre una tentazione del demonio che ci mette la penna in mano. Perchè correre il rischio di dannarsi, cedendo all'orgoglio dell'intelligenza e della dominazione?... Il vostro libro, caro figliuolo, è anch'esso della letteratura, sempre della letteratura!
Quella parola tornava sulle labbra del cardinale accompagnata da un tale sprezzo, che Pietro sentì tutto il pericolo che avrebbero corso le sue povere pagine d'apostolo cadendo sotto gli occhi di quel principe ch'era diventato un santo. Lo ascoltava, lo vedeva divenir grande, e si sentiva preso da paura e da ammirazione crescenti.
- Ah! la fede, caro figliuolo, la fede intera, disinteressata, che crede per l'unica felicità di credere! Che riposo piegare il capo davanti ai misteri senza tentare di penetrarli, con la placida convinzione che, accettandoli, si possiede finalmente il certo e il definitivo! Non è forse la più completa soddisfazione intellettuale quella che ci dà il divino, conquistando la ragione, disciplinandola e completandola, a tal punto che essa resta soddisfatta e scevra di desiderio? Senza la spiegazione dell'ignoto per mezzo del soprannaturale, non vi è per l'uomo pace durevole e possibile. Bisogna porre la verità e la giustizia in Dio, se si vuole che esse regnino sulla terra. L'uomo che non crede è un campo di battaglia in balìa a tutti i disastri. La fede soltanto libera e tranquillizza!
E Pietro rimase silenzioso per alcuni momenti al cospetto di quell'illustre figura che si ergeva. A Lourdes non aveva veduto che l'umanità sofferente che anelava alla guarigione del corpo e alla consolazione dell'anima. Qui era l'intelligenza credente, l'anima che ha bisogno di certezza e si appaga nell'alta beatitudine di non aver più dubbi. Non aveva ancor mai udito un simile grido di gioia in chi viveva nell'obbedienza, senza inquietudine sull'indomani della morte.
Sapeva che Boccanera aveva avuto una gioventù un po' tempestosa, con delle crisi di sensualismo in cui divampava il sangue rosso degli antenati, e stupiva della placida maestà che la fede aveva infusa in quell'uomo uscito da una razza così violenta, di cui l'orgoglio era restata l'unica passione.
- Però ? si arrischiò a dire infine con molta dolcezza ? se la fede resta essenziale, immutabile, le forme cangiano. D'ora in ora, tutto subisce un'evoluzione, il mondo cammina.
- Ma non è vero! ? esclamò il cardinale. ? Il mondo resta immobile in eterno! Si agita, si travia, si smarrisce, s'ingolfa per le vie più abbominevoli, e bisogna, senza posa, ricondurlo sul retto cammino! Ecco la verità. Non deve forse il mondo, perchè le promesse di Cristo si avverino, tornare al suo punto di partenza, all'innocenza primitiva? La fine dei tempi non è essa segnata pel giorno trionfale in cui gli uomini saranno in possesso di tutta la verità contenuta nel Vangelo? No, no! la verità è nel passato, al passato solo bisogna attenersi e sempre, se non si vuole smarrire la via. Queste belle novità, questi miraggi del famoso progresso, non sono che agguati della eterna perdizione. A che pro cercare altro, correre continuamente il rischio di ingannarsi, mentre la verità è nota da diciotto secoli? La verità? Ma essa è nel cattolicismo apostolico-romano, quale l'hanno creata il lungo succedersi delle generazioni! Qual follia volerla alterare, mentre tante menti eccelse, tante anime pie ne hanno fatto il più mirabile dei monumenti, l'unico strumento di ordine in questo mondo e di salvezza nell'altro!
Pietro non protestò più, col cuore oppresso, perchè non poteva dubitare ora di aver davanti un avversario implacabile delle sue idee più care. S'inchinava rispettoso, gelato, sentendosi alitare sul volto un soffio lieve, il vento lontano che portava il freddo mortale dei sepolcri, mentre il cardinale, in piedi, ergendo l'alta persona, continuava, con la voce ostinata, tutta vibrante di fiero coraggio:
- E se, come i suoi nemici pretendono, il cattolicismo è colpito a morte, deve morire in piedi, nella sua integrità gloriosa... Intendetemi bene, signor abate, non una concessione, non una rinunzia, non una viltà! Egli è come è, e non può sussistere altrimenti. La certezza divina, la verità assoluta non sono suscettibili di modificazioni e la menoma pietra tolta all'edifizio non può essere che una cagione di rovina... E' evidente d'altronde! Non si salvano le vecchie case, in cui si mette il piccone col pretesto di ripararle. Non si fa che accrescere le screpolature. Se fosse vero che Roma minaccia di cadere in polvere, tutte le riparazioni, tutti i restauri non avrebbero altro risultato che quello di affrettare l'inevitabile catastrofe. Ed invece della morte grandiosa, immobile, sarebbe la più miserabile delle agonie, la fine di un codardo che si dibatte e domanda grazia. Per conto mio, aspetto. Sono convinto che queste non sono che vili menzogne, che il cattolicismo non è mai stato più solido, perchè attinge la sua eternità dall'unica fonte di vita. Ma la sera in cui il cielo rovinasse sulla terra, io sarei qui, fra queste vecchie vôlte di cui i tarli rodono le travi, e se dovessi finire, finirei in piedi, fra le macerie, recitando per l'ultima volta il mio Credo.
La sua voce si era fatta più lenta, invasa da una tristezza altera, mentre accennava con gesto largo all'antico palazzo muto e deserto attorno a lui, al palazzo da cui la vita ogni giorno di più s'allontanava.
Era un presagio involontario, il sottile brivido gelato uscito dalle rovine che passava anche su di lui? L'abbandono delle vaste sale, a pareti di seta in brandelli, gli stemmi sbiaditi sotto strati di polvere, il cappello rosso divorato dalle tignole, avevano la loro spiegazione in quel presagio. E v'era una grandezza disperata ed altera in quel principe, quel cardinale, quel cattolico intransigente, che si ritirava così nell'ombra sempre più densa del passato, sfidando con cuore da soldato il crollo inevitabile del mondo antico.
Commosso, Pietro stava per licenziarsi, quando una porticina dissimulata nell'addobbo si aprì. Boccanera ebbe un atto brusco di impazienza.
- Chi è? Che cosa accade? Non mi si lascia in pace un momento!
Ma l'abate Paparelli, il caudatario, grasso e mansueto, entrò ad ogni modo, senza commuoversi menomamente, si accostò, e venne a bisbigliare pian piano una frase all'orecchio del cardinale che si era calmato, vedendolo.
- Che vicario?... Ah, sì, Santobono, il vicario di Frascati. So, so... Dite che non posso riceverlo ora.
Paparelli ricominciò a bisbigliare colla sua vocina sottile. S'udivano però alcune parole: una cosa di premura, il vicario era costretto a ripartire, non aveva che una parola da dire. E senza aspettare il consenso, Paparelli introdusse il visitatore, un suo protetto, che aveva lasciato dietro la piccola porta. Poi sparve con la tranquillità di un subalterno che sa di essere onnipotente nella sua infima situazione.
Pietro, lasciato in disparte, vide un gran diavolone di prete, tagliato giù coll'ascia, un figlio di contadino recante ancora l'impronta della terra. Aveva piedi enormi, mani nodose, faccia abbronzata e solcata che due occhi neri illuminavano di vivo fuoco. Ancora robusto pei suoi quarantacinque anni, somigliava un po' ad un brigante travestito, con la faccia mal sbarbificata, la sottana troppo larga ondeggiante sulle ossa enormi. Ma la fisionomia appariva superba, senza nulla di basso. Portava un canestrino di vimini accuratamente ricoperto di foglie di fico.
Subito Santobono piegò il ginocchio e baciò l'anello, ma con atto rapido di mera civiltà consueta. Poi con la familiarità rispettosa del popolino pei grandi:
- Chiedo scusa a Vostra Eminenza reverendissima di avere insistito. Altri aspettavano e non sarei stato ricevuto, se il mio vecchio compagno Paparelli non avesse avuto l'idea di farmi passare da questa porta... Ho un servizio così grande da sollecitare, un vero servizio di cuore! Ma, anzitutto, l'Eminenza Vostra mi permetta di offrirle un piccolo dono.
Boccanera lo ascoltava gravemente. Vedeva spessissimo quel vicario quando andava a passare l'estate a Frascati, nella villa principesca che la sua famiglia vi possedeva, un'abitazione ricostruita al sedicesimo secolo, con un parco meraviglioso, di cui la terrazza celebre dava sulla campagna romana, immensa e deserta come il mare. Quella villa era venduta ora e su certe vigne, toccate a Benedetta, il conte Prada aveva cominciato a far fabbricare, prima della domanda di divorzio, tutta una serie di villini.
Una volta, il cardinale, quando usciva a piedi, non sdegnava di fermarsi a riposare un momento da Santobono, il quale, addetto allora ad un'antica cappella fuori della città consacrata a Santa Maria dei Campi, abitava vicino a questa una specie di bicocca, quasi smantellata, di cui la bellezza era un giardino cinto di mura, che egli coltivava con passione da vero contadino.
- Come tutti gli anni ? riprese Santobono, mettendo il canestro sulla tavola ? ho voluto che Vostra Eminenza assaggiasse i miei fichi. Sono i primi della stagione, che ho colto questa mattina per lei. Li gustava tanto, quando si degnava di venirli a mangiare sull'albero. Ed aveva la bontà di dirmi che non v'era pianta di fico al mondo che ne producesse di migliori.
Il cardinale non potè trattenere un sorriso. Aveva veramente una gran passione pei fichi e la pianta di Santobono era apprezzata in tutto il paese.
- Grazie, caro abate. Voi ricordate i miei difettucci. Suvvia, che posso fare per voi?
Aveva subito ripreso il suo contegno grave essendovi tra lui ed il vicario antichi dissensi, disparità di opinioni che lo inquietavano.
Santobono, nato a Nemi, un paese feroce, da famiglia di gente violenta, di cui il primogenito era stato ucciso da una coltellata, aveva sempre professato idee fervidamente patriottiche. Si raccontava che fosse stato in procinto di prender le armi con Garibaldi: ed il giorno in cui gli italiani erano entrati a Roma, s'era dovuto impedirgli di piantar sul suo tetto la bandiera dell'unità italiana. Il suo sogno più ardente era di veder Roma, signora del mondo, quando il papa ed il re, rappacificatisi, farebbero causa comune.
Egli era quindi pel cardinale un rivoluzionario pericoloso, un prete rinnegato che metteva a repentaglio la salvezza del cattolicismo in pericolo.
- Oh! quanto l'Eminenza Vostra può fare per me, quanto può, se si degna! ? ripeteva Santobono, con voce calda, giungendo le mani nodose. Poi ravvedendosi:
- Sua Eminenza il cardinale Sanguinetti non ha detto nulla del mio affare a Vostra Eminenza?
- No, il cardinale mi ha semplicemente prevenuto della vostra visita dicendomi che avevate qualcosa da chiedermi.
E Boccanera, col volto rabbuiato, attese in aspetto ancora più severo. Non ignorava che il prete era diventato il cliente di Sanguinetti, dacchè questi nominato vescovo suburbicario passava delle settimane intere a Frascati. Qualsiasi cardinale che aspiri al papato ha in tal modo, nella sua ombra, degli infimi subalterni, i quali giuocano sulla possibilità della sua elezione l'ambizione della loro vita; se quel cardinale diventa papa un giorno, e se essi lo hanno aiutato a diventarlo, entrano poi dietro di lui, nella gran famiglia pontificia.
Si diceva che Sanguinetti avesse già ritratto Santobono da un mal passo, un ragazzo che questi aveva sorpreso mentre scalava il suo muro a scopo di furto e che era morto in seguito ad una punizione troppo severa. Ma convien dire, a lode del prete, che nella sua devozione fanatica pel cardinale, entrava sopratutto la speranza che egli sarebbe il papa aspettato, il papa destinato a far dell'Italia una grande e forte nazione.
- Ebbene! Ecco la mia disgrazia... L'Eminenza Vostra conosce mio fratello Agostino, quegli che è stato per due anni giardiniere alla sua villa. Certo, è un giovane molto garbato, molto dolce, di cui nessuno mai ha avuto da lagnarsi. Orbene (nè si può spiegare come), gli è capitato un brutto accidente. Ha ucciso un uomo con una coltellata a Genzano, una sera che passeggiava per la via... Ne sono molto seccato, darei due dita della mano per farlo uscire di carcere. Ed ho pensato che l'Eminenza Vostra non mi rifiuterebbe un certificato, dicendo di aver tenuto presso di sè Agostino e di essere stato sempre contentissimo del suo ottimo carattere.
Il cardinale protestò recisamente.
- Non sono stato punto contento di Agostino. Era pazzamente impetuoso, ed ho dovuto per l'appunto licenziarlo perchè era in continua lite con tutta la servitù.
- Oh! quanto dolore mi dà l'Eminenza Vostra nel dirmi ciò! E' dunque vero che il carattere del mio povero piccolo Agostino s'è guastato? Ma v'ha modo di combinare la cosa, non è vero? Potete egualmente farmi un certificato studiando le frasi. Farebbe una così buona impressione in tribunale un certificato di Vostra Eminenza!
- Sì, senza dubbio ? riprese Boccanera ? comprendo. Ma non farò alcun certificato.
- E perchè? L'Eminenza Vostra reverendissima rifiuterebbe?
- Assolutamente! So che siete un prete di moralità perfetta, che adempite con zelo al vostro santo ministero e che sareste un uomo veramente raccomandabile, se non fossero le vostre idee politiche. Soltanto il vostro affetto fraterno vi travia, e non posso mentire per farvi piacere.
Santobono lo guardava stupefatto, non potendo comprendere come un principe, un cardinale onnipotente, si arrestasse a scrupoli così meschini, quando si trattava d'una coltellata, la cosa più volgare, la più frequente in quei paesi ancora selvaggi dei Castelli romani.
- Mentire, mentire ? mormorò, ? non si chiama mentire il rivelare soltanto quello che v'ha di buono in un uomo, ed in Agostino del buono ve n'ha ad ogni modo. In un certificato tutto dipende dalle frasi che si scrivono.
Si ostinava in quell'accomodamento, non gli entrava in testa che si potesse rifiutare di persuadere la giustizia, mercè un modo ingegnoso di presentare i fatti. Poi, quando fu certo che otterrebbe nulla, fece un gesto di disperazione, e la sua faccia terrea assunse un'espressione di rancore violento, mentre i suoi occhi neri fiammeggiavano di collera frenata.
- Bene, bene! Ognuno vede la verità a modo suo; vado da Sua Eminenza il cardinale Sanguinetti a dirgli la cosa. E prego l'Eminenza Vostra reverendissima di perdonarmi d'averla disturbata inutilmente... Forse i fichi non sono ancora maturi; ma mi prenderò la libertà di portarne un altro canestro, verso la fine della stagione, quando saranno più a punto e dolci come miele. Mille grazie e mille felicità all'Eminenza Vostra reverendissima.
Egli se ne andava a ritroso, facendo degli inchini che piegavano in due la sua alta figura scarna. E Pietro, che aveva preso un vivo interesse a quella scena, ritrovava in lui il basso clero di Roma e dei dintorni, di cui gli avevano parlato prima del suo viaggio.
Non era lo scagnozzo, il prete pezzente ed affamato, venuto dalla provincia in seguito a qualche caso doloroso, capitato a Roma in cerca del pane quotidiano, uno di quegli accattoni in sottana, che cercano fortuna fra le briciole della Chiesa, disputandosi voracemente la messa di occasione, mescolandosi con la plebe, in fondo alle più luride e losche taverne. Non era neppure il curato della campagna lontana, di una ignoranza assoluta, di una superstizione grossolana, contadino dei contadini, trattato da eguale a eguale dalle sue pecorelle, le quali, molto pie, non lo confondono mai con Dio, genuflesse davanti il santo della loro parrocchia, ma non davanti all'uomo che vive di lui.
A Frascati, il parroco di una chiesuola poteva avere novecento franchi di stipendio e non spendeva che pel pane e la carne, poichè raccoglieva vino, frutta e legumi nel proprio orto.
Santobono non era digiuno di istruzione; sapeva un po' di teologia, un po' di storia, e specialmente quella storia della grandezza passata di Roma che aveva acceso nel suo patriottismo il sogno inconsulto della prossima dominazione universale, riserbata alla Roma risorta, capitale d'Italia.
Ma quale enorme distanza v'era ancora fra quel basso clero romano, spesso assai degno ed intelligente, e l'alto clero, i grandi dignitari del Vaticano!
Tutti coloro che non erano almeno prelati non contavano nulla.
- Mille grazie a Vostra Eminenza reverendissima, e che tutto le riesca secondo i suoi desiderii!
Quando Santobono fu finalmente scomparso, il cardinale tornò a rivolgersi a Pietro che s'inchinava anche lui per prender congedo.
- Insomma, signor abate, questo vostro libro mi sembra un cattivo affare. Vi ripeto che non so nulla di preciso, che non ho veduto l'incartamento. Ma siccome non ignoravo che mia nipote vi portava molto interesse, ne ho detto una parola al cardinal Sanguinetti, il prefetto dell'Indice, che era appunto qui un momento fa. Egli ne sa poco più di me, poichè nulla ancora è uscito dalle mani del segretario. Soltanto mi ha affermato che la denunzia veniva da persone ragguardevolissime e di molta influenza e che riguarda molte pagine in cui si sarebbero rilevati gli squarci più censurabili, tanto dal punto di vista della disciplina che da quello del dogma.
Molto turbato al pensiero di nemici occulti che lo perseguitassero nell'ombra, il giovine prete sclamò:
- Oh! denunziato, denunziato! Se l'Eminenza vostra sapesse quanto questa parola mi ferisce il cuore! E denunziato per un delitto certamente involontario, poichè io volevo esclusivamente ed ardentemente il trionfo della Chiesa... Andrò dunque a gettarmi ai piedi del Santo Padre e mi difenderò dinanzi a lui stesso.
Con atto repentino Boccanera si rizzò. Una linea dura solcava la sua ampia fronte.
- Sua Santità può tutto, persino ricevervi, se questo le farà piacere, ed assolvervi... Ma, datemi retta, io vi consiglio nuovamente a ritirare il vostro libro, e a distruggerlo semplicemente e coraggiosamente, prima di gettarvi in una lotta dove avreste la vergogna di rimanere schiacciato... Basta! riflettete!
Immediatamente, Pietro si era pentito di aver parlato della sua visita al papa, perchè sentiva come vi fosse in quell'appello all'autorità suprema un'offesa al cardinale. Nessun dubbio era possibile, d'altronde! Questi si sarebbe pronunziato contro la sua opera. Egli non aveva più che una speranza: quella di farlo influenzare da quelli che lo circondavano, scongiurandolo di rimanere neutro. Lo aveva trovato molto esplicito, molto sincero, superiore ai generosi raggiri che egli cominciava a scoprire contro il suo libro, e fu con sommo rispetto che lo salutò.
- Ringrazio infinitamente l'Eminenza vostra e le prometto di ponderare tutto quello che ha avuto la grande bontà di dirmi.
Pietro vide in anticamera cinque o sei persone che si erano presentate durante il suo colloquio e che aspettavano: un vescovo, un prelato, due vecchie signore; e mentre, prima di ritirarsi, si avvicinava a don Vigilio, ebbe la viva sorpresa di trovarlo in conversazione con un giovane biondo, molto alto, un francese, il quale esclamò, colto anche lui dalla meraviglia:
- Come! Voi qui, signor abate! Siete a Roma!
Il prete ebbe un attimo di esitanza.
- Ah! signor Narciso Habert, scusatemi, non vi riconoscevo! E sono veramente imperdonabile, perchè sapevo che dall'anno scorso in poi eravate addetto all'ambasciata di Roma!
Snello, sottile, elegantissimo, Narciso aveva la carnagione trasparente, gli occhi di un celeste pallido, la barba bionda, bene aggiustata e i capelli inanellati, tagliati sulla fronte alla fiorentina. Nato da famiglia di magistrati ricchissimi e cattolici militanti, aveva uno zio in diplomazia, e questo aveva deciso del suo avvenire.
D'altronde, il suo posto era indicatissimo a Roma, dove possedeva alte aderenze, essendo nipote da parte di donna del cardinale Sarno, di cui una sorella aveva sposato a Parigi un notaio, suo zio: primo cugino di monsignor Gamba del Zoppo, cameriere segreto partecipante, figlio di una delle sue zie, maritata in Italia a un colonnello.
Perciò era stato addetto all'ambasciata presso la Santa Sede, dove si tolleravano i suoi estri un po' bizzarri, la sua passione delle cose artistiche, che gli facevano continuamente girar Roma in lunghe e interminabili passeggiate. Era molto amabile, del resto, e di modi squisiti: dotato inoltre di molto senso pratico s'intendeva perfettamente di questioni economiche ed alle volte gli capitava perfino di venire, come quel giorno, con la sua aria stanca e un po' misteriosa, da un cardinale a trattare qualche questione importante per incarico del suo ambasciatore.
Egli condusse subito Pietro nel largo vano di una delle finestre per parlargli in libertà.
- Ah! caro abate, come sono contento di vedervi! Vi ricordate le buone chiacchiere che facevamo insieme, quando ci siamo conosciuti dal cardinale Bergerot? Vi ho indicato, pel vostro libro, dei quadri da vedere, delle miniature del secolo decimoquarto e decimoquinto. Sin da oggi, mi impadronisco di voi, per farvi visitare Roma come nessun altro potrebbe farlo. Io ho veduto tutto, frugato dappertutto. Ah! che tesori, che tesori! Ma, in fondo, non vi è che un'opera sola, si torna sempre alla propria passione. Il Botticelli della Cappella Sistina, ah! il Botticelli!
Gli si spense la voce, fece un gesto languido di ammirazione.
E Pietro dovette promettergli di affidarsi a lui, di andare in sua compagnia alla Cappella Sistina.
- Sapete perchè sono qui? ? disse infine il prete. ? Il mio libro è incriminato, una denunzia lo ha deferito alla Congregazione dell'Indice.
- Il vostro libro! Impossibile! ? esclamò Habert. ? Un libro di cui certe pagine ricordano il dolcissimo Francesco d'Assisi.
E si mise subito a sua disposizione con servizievole premura.
- Ma caspita! il nostro ambasciatore potrà esservi utilissimo. Il miglior uomo del mondo, di un'affabilità affascinante ed animato dalla vecchia energia francese. Quest'oggi od al più tardi domattina, vi presento, e giacchè desiderate di ottenere immediatamente un'udienza dal papa, egli tenterà di procurarvela. Debbo soggiungere però che non è facile. Sebbene il santo padre gli voglia molto bene egli non riesce sempre, tanto è difficile l'avvicinarlo.
Infatti Pietro non aveva pensato di ricorrere all'ambasciatore, nell'idea ingenua che un prete incolpato che viene a difendersi dovesse trovare tutte le porte aperte. L'offerta di Narciso lo rese felice, ed egli lo ringraziò con enfasi, come se avesse già ottenuta l'udienza.
- Poi ? continuò il giovane ? se incontrassimo qualche difficoltà, voi sapete che ho dei parenti al Vaticano. Non parlo di mio zio, il cardinale, che non ci gioverebbe punto, perchè non si muove mai dal suo offizio della Propaganda e rifiuta di prestarsi alla menoma pratica. Ma mio cugino, monsignore Gamba del Zoppo, è un uomo compiacente che vive nell'intimità del papa, a cui il suo servizio lo avvicina ogni momento; e se sarà necessario, vi condurrò da lui ed egli troverà forse il modo di prepararvi un abboccamento, sebbene la sua somma prudenza gli faccia temere alle volte di compromettersi. Suvvia, è cosa intesa, affidatevi a me, in tutto e per tutto.
- Ah! caro amico ? esclamò Pietro, sollevato, felice ? accetto con tutto il cuore, e non sapete che balsamo mi recate: poichè, dacchè sono arrivato, tutti mi scoraggiano e voi siete il primo che mi rendete un po' di forza, trattando le cose alla francese.
Abbassando un po' la voce gli raccontò il suo colloquio col cardinale Boccanera, la sua certezza di non ottenere nessun appoggio da lui, le cattive notizie date dal cardinale Sanguinetti e, finalmente, la rivalità che aveva indovinata fra i due cardinali. Narciso lo ascoltò con un sorrisetto, abbandonandosi poi anche lui alle confidenze ed ai pettegolezzi.
Questa rivalità, questo conflitto prematuro per la tiara, in cui Boccanera e Sanguinetti tradivano entrambi il loro acuto desiderio, metteva a soqquadro da lungo tempo la aristocrazia nera.
V'erano dei retro-scena di una complicazione incredibile e nessuno avrebbe potuto dire esattamente chi dirigesse quell'immenso raggiro. Si sapeva, all'ingrosso, che Boccanera rappresentava l'intransigenza, il cattolicismo sciolto da ogni transazione con la società moderna, immobile nell'attesa del trionfo di Dio su Satana, ? il regno di Roma restituita al Santo Padre, l'Italia ravveduta che espiava nella penitenza il suo sacrilegio: mentre Sanguinetti, molto scaltro, molto pieghevole, accarezzava invece combinazioni altrettanto nuove quanto audaci, una specie di Federazione repubblicana di tutti gli antichi piccoli Stati d'Italia, sotto l'augusto protettorato del papa.
Era, insomma, la lotta fra i due concetti contrari, l'uno che vuole la salvezza della Chiesa mercè il rispetto assoluto dell'antica tradizione; l'altro che la considera come votata a morte sicura, se non acconsente a seguire il secolo nelle sue evoluzioni.
Ma tutto ciò affondava in una tal ombra di mistero che si finiva col credere che ove il papa attuale vivesse ancora qualche anno, nè Boccanera nè Sanguinetti sarebbero stati i suoi successori.
A un tratto Pietro interruppe Narciso.
- E monsignor Nani, lo conoscete:... ho parlato con lui iersera... E... guardate! eccolo qui che entra!
Infatti, Nani compariva sull'uscio, col suo sorriso, la sua faccia rosea da prelato amabile. Un lusso raffinato e pur modesto si rivelava nella sua sottana di stoffa fine, nella sua cintura di seta violetta. E si mostrava molto cortese con lo stesso abate Paparelli, che lo accompagnava umilmente, scongiurandolo di aver la degnazione d'aspettare che Sua eminenza potesse riceverlo.
- Oh! ? mormorò Narciso, tornando serio ? monsignor Nani è un uomo di cui conviene essere amico.
Sapeva la sua storia e la raccontò a mezza voce. Nato a Venezia da famiglia patrizia decaduta, che aveva dato degli eroi, Nani, dopo aver fatto i primi suoi studi presso i gesuiti, era venuto a imparare la teologia e la filosofia al Collegio Romano tenuto anch'esso dai gesuiti. Ricevuti a ventott'anni i sacri ordini, aveva seguito subito un nunzio in Baviera, come segretario di nunziatura, a Brusselles, poi a Parigi che aveva abitato per cinque anni. Sembrava che tutto lo destinasse alla carriera diplomatica: i suoi splendidi esordi, la sua viva intelligenza, una delle più larghe e delle più colte che vi fossero; quando all'improvviso venne richiamato a Roma, dove gli affidarono quasi subito il posto di assessore del Sant'Uffizio. Si diceva allora, che lo avessero richiamato per formale volere del papa, il quale, conoscendolo a fondo, voleva avere al Sant'Uffizio una sua creatura, e l'aveva fatto tornare dicendo che avrebbe reso maggiori servigi a Roma che in una nunziatura. Già prelato domestico, Nani era stato nominato poco dopo canonico di San Pietro e protonotaro apostolico partecipante, e sarebbe divenuto cardinale il giorno in cui il papa avesse trovato un altro assessore favorito che gli piacesse di più.
- Oh! monsignor Nani! ? continuò Narciso ? un uomo superiore che conosce mirabilmente l'Europa moderna e con questo un santo prete, un credente sincero, assolutamente devoto alla Chiesa, d'una fede salda da uomo politico molto accorto, diversa, è vero, da quella gretta e malinconica fede teologica che noi conosciamo in Francia. Gli è per questo che vi sarà difficile sulle prime di comprendere le genti e le cose a Roma. Qui, lasciano Dio nel santuario, e regnano in nome suo, convinti che il cattolicismo è l'organizzazione umana del governo di Dio, la sola perfetta ed eterna, all'infuori della quale non v'ha che menzogna e pericolo sociale. Mentre noi, nei nostri dissidi religiosi ci soffermiamo ancora a discutere furiosamente l'esistenza di Dio, essi non ammettono che quest'esistenza possa venir posta in dubbio, dal momento che essi sono i ministri delegati da Dio, e si dedicano esclusivamente al loro ufficio di ministri che non è possibile di spodestare, esercitando il potere pel massimo beneficio dell'umanità, concentrando la loro intelligenza e la loro energia nel rimanere i padroni graditi dei popoli. Pensate che un uomo come monsignor Nani, dopo essere stato in mezzo alla politica del mondo intero, si trova da dieci anni in Roma, nell'uffizio il più delicato, trattando gli affari più vari e più importanti. Egli continua a vedere tutta l'Europa sfilare a Roma, conosce tutto, si immischia di tutto. E, con questo, rimane mirabilmente riserbato ed amabile, d'una modestia che sembra perfetta, senza che si possa dire se, con quel suo passo così leggiero, non cammini forse alla più alta ambizione, alla tiara sovrana!
Un altro candidato alla Santa Sede! pensò Pietro che aveva ascoltato con sommo interesse, perchè quel tipo di Nani lo affascinava, mettendogli in animo una specie di turbamento istintivo, quasi intuisse, dietro quel volto roseo e sorridente, un infinito indistinto. Per altro, non comprese bene le spiegazioni dell'amico, ricadendo nello sconforto provato al suo primo giungere in quel mondo, di cui l'aspetto nuovo per lui sconcertava tutte le sue previsioni.
Ma monsignore Nani scorse i due giovani e mosse verso di loro, con la mano tesa, in atto cordialissimo.
- Ah! signor abate Froment, sono lieto di rivedervi, e non vi domando se avete dormito bene, perchè si dorme sempre bene a Roma... Buon giorno, signor Habert; state bene dacchè ci siamo incontrati davanti alla Santa Teresa del Bernini che ammiraste tanto?... A quanto vedo, vi conoscete, voi due? Benissimo. Signor abate, vi denunzio nel signor Habert uno dei fanatici della nostra città, che vi condurrà nei punti più belli.
Poi chiese subito, col suo fare affettuoso, dei ragguagli sull'abboccamento di Pietro e del cardinale. Ne ascoltò il resoconto con molta attenzione, crollando il capo a certi particolari, reprimendo, a volte, il suo sorriso scaltro. L'accoglienza severa del cardinale, la certezza sorta in Pietro che non avrebbe ottenuto alcun appoggio da lui, non lo fecero stupire, quasi si aspettasse quel risultato.
Ma, al nome di Sanguinetti, alla notizia che era venuto quella mattina e aveva detto che l'affare del libro era molto grave, parve perdesse per un momento il suo ritegno e si diede a parlare con improvvisa vivacità:
- Che volete, caro figliuolo; sono giunto troppo tardi. Al primo avviso delle pratiche avverse, sono andato da Sua Eminenza il cardinale Sanguinetti, per dirgli che quello era il modo di suscitare un gran chiasso attorno al vostro libro. Suvvia, era cosa ragionevole metterlo all'Indice? A che scopo? Sappiamo che siete un po' esaltato, e d'animo entusiasta, pronto alla lotta. Avremmo fatto un bel guadagno, tirandoci addosso la ribellione di un giovane prete che avrebbe potuto mettersi in campagna contro di noi con un libro di cui si erano già vendute più migliaia di copie! Per conto mio, già volevo che non se ne facesse nulla. E debbo dire che il cardinale, il quale è un uomo d'ingegno, pensava come me. Alzava le braccia al cielo, si adirava, gridando che non lo si consultava mai, che adesso la bestialità era fatta, che era assolutamente impossibile di impedire il processo, dal momento che la Congregazione l'aveva avviato, in seguito alle più autorevoli denunzie, date per motivi gravissimi... Insomma, come egli diceva, la bestialità era fatta, ed ho dovuto pensare ad un altro rimedio...
Ma s'interruppe. Aveva veduto gli occhi ardenti di Pietro, fissi nei suoi, nello sforzo intenso che faceva per comprendere. Un impercettibile rossore avvivò la tinta rosea del suo viso, mentre con molta disinvoltura, proseguiva, senza lasciar scorgere la sua contrarietà per aver detto troppo.
- Sì, ho pensato di aiutarvi con tutta la mia debole influenza, per risparmiarvi le noie che quest'affare vi attirerà di certo.
Un impeto di ribellione accese Pietro, che ebbe il dubbio di essere giuocato. Perchè dunque non avrebbe affermato la sua fede, che era così pura, così scevra da ogni interesse personale, così ardente?
E si diede a protestare.
- Non ritirerò mai, non sopprimerò mai, da me, il mio libro, come mi si consiglia. Sarebbe una viltà ed una vergogna, poichè non rimpiango nulla, non sconfesso nulla. Credendo, come credo, che la mia opera rechi un po' di verità al mondo, non potrei distruggerla senza essere colpevole verso me stesso e verso gli altri... Mai, mi capite, mai!
Vi fu una pausa. Egli riprese quasi subito:
- Questa dichiarazione voglio farla ai piedi del Santo Padre. Egli mi comprenderà, mi approverà.
Nani non sorrideva più, e fatto serio in volto, e come inaccessibile, sembrava studiasse con curiosità l'improvviso scatto del prete, scatto che si sforzò poi di calmare con la sua tranquilla benevolenza.
- Certo, certo... La docilità e l'umiltà hanno una gran dolcezza. Ma io comprendo che desideriate anzitutto di parlare con Sua Santità. Dopo, non è vero? vedrete, vi regolerete.
E s'interessò di nuovo alla domanda d'udienza. Rimpiangeva molto che Pietro non l'avesse fatta da Parigi stessa, prima del suo arrivo: era il modo più sicuro di farla gradire. Al Vaticano non piaceva il rumore, e per poco che la notizia dell'arrivo del giovane prete si diffondesse, per poco che si discorresse dei motivi che lo conducevano, tutto era perduto.
Ma quando Nani seppe che Narciso s'era offerto per presentare Pietro all'ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, si mostrò preoccupato e protestò.
- Non fate questo, no, non lo fate! Sarebbe la massima imprudenza!... Anzitutto, correte il rischio di mettere in imbarazzo l'ambasciatore di cui la posizione è sempre delicata in questo genere di cose... Poi se egli non riesce ? e temo davvero che non riesca ? sarebbe finita; non avreste più la menoma probabilità di ottenere, d'altra parte, l'udienza domandata: perchè non si vorrebbe infliggere all'ambasciatore la piccola ferita d'amor proprio di aver ceduto ad una influenza maggiore della sua!
Pietro guardò con ansia Narciso, il quale crollava il capo, sconcertato, esitante.
- Infatti ? mormorò quest'ultimo, alla fine ? abbiamo chiesto, tempo fa, per un eminente personaggio francese, un'udienza che non ci è stata concessa, cosa molto spiacevole per noi... Monsignore dice bene. Pel momento non convien ricorrere al nostro ambasciatore; aspetteremo di rivolgerei a lui quando avremo esauriti gli altri mezzi di avvicinare il Santo Padre.
E vedendo quanto fosse viva la delusione di Pietro, riprese, con la solita premurosa cortesia:
- La nostra prima visita sarà dunque per mio cugino, al Vaticano.
Stupito e con viva curiosità, Nani guardò il giovine.
- Avete un cugino al Vaticano?
- Ma sì, monsignor Gamba del Zoppo.
- Gamba... Gamba!... Sì, sì, scusate, me ne rammento ora... Ah! avete pensato a Gamba per agire presso Sua Santità?...: Certo, è un'idea: bisognerà vedere, bisognerà vedere...
Ripetè più volte la frase per pigliarsi il tempo di vedere egli stesso, di discutere internamente l'idea. Monsignor Gamba del Zoppo era un brav'uomo, senza nessuna influenza, di cui la nullità era leggendaria ormai al Vaticano. Svagava il papa con delle storielle ingenue, lo adulava molto ed il Santo Padre passeggiava volentieri pei giardini, poggiato al suo braccio.
Era durante quelle passeggiate che gli riusciva facilmente di ottenere ogni sorta di piccoli favori. Ma era di una timidezza straordinaria, temeva a tal segno di compromettere il suo credito, che non arrischiava nessuna domanda senza essersi assicurato che poteva derivargliene il menomo danno.
- Eh! non è una cattiva idea! ? dichiarò infine Nani ? Sì, sì! Gamba vi potrà ottenere l'udienza, se vorrà prestarsi... lo vedrò io stesso, gli spiegherò le cose.
Ma, subito si diffuse in consigli per raccomandare la massima prudenza. Ebbe il coraggio di dire che bisognava diffidare moltissimo di tutti quelli che circondavano il papa. Purtroppo, Sua Santità era così buona, aveva una fede così viva nel bene, che non sapeva sempre scegliere i suoi fidi col discernimento critico che sarebbe stato opportuno. Non si sapeva mai a chi ci si rivolgeva, nè in qual trappola si poteva mettere il piede.
Fece intendere anzi che non conveniva, a nessun patto, rivolgersi direttamente a Sua eminenza il segretario di Stato, perchè neppure lui era libero, trovandosi al centro di una rete di raggiri di cui le file complicate lo paralizzavano nelle sue migliori intenzioni.
E a misura che egli parlava così, molto piano, con unzione perfetta, il Vaticano appariva come una terra guardata da dragoni traditori e gelosi ? una terra in cui non si doveva varcare una porta, arrischiare un passo, azzardare un membro, senza essersi antecedentemente assicurati, con ogni cura, che non si correva pericolo di lasciarvi la persona tutt'intera.
Pietro continuava ad ascoltarlo, sempre più agghiacciato, ricadendo nell'incertezza.
- Dio mio! ? esclamò ? non saprò condurmi... Ah! mi scoraggiate, monsignore!
Nani ritrovò il suo sorriso cordiale.
- Io! caro figliuolo?... Ne sarei dolentissimo... Voglio soltanto ripetervi di aspettare, di non far nulla per ora... Sopratutto, nessun impeto febbrile. Non c'è fretta, ve lo affermo, poichè ieri soltanto s'è scelto un relatore per far il rapporto sul vostro libro ed avete un buon mese davanti a voi... Evitate tutti, vivete in modo che non si sappia che siete al mondo, visitate Roma in pace, ecco il miglior modo di menar a buon porto i vostri affari.
E, prendendo le mani del prete fra le sue, aristocratiche, morbide e grassoccie:
- Capirete bene ? disse ? che ho le mie ragioni per parlarvi così... Mi sarei offerto io stesso, avrei reputato un onore il condurvi direttamente ai piedi di Sua Santità, se non comprendessi che, per ora, sarebbe un passo sbagliato, che io non debbo ancora intervenire. Più tardi, capite, più tardi, nel caso che nessuno riesca a farvi avere un'udienza, ve la otterrò io. Ne assumo formalmente l'impegno... Ma frattanto, ve ne prego, guardatevi dal pronunciare quelle parole "una religione nuova" che stanno disgraziatamente nel vostro libro, e che anche iersera vi ho udito a profferire. Non vi può essere nessuna religione nuova, caro figliuolo: non v'ha che una religione eterna, senza transazioni, nè rinunzie possibili, la religione cattolica, apostolica e romana. Così pure, lasciate i vostri amici di Parigi dove sono ? non contate troppo sul cardinale Bergerot, di cui la somma pietà non è abbastanza apprezzata a Roma... Vi assicuro che vi parlo da amico.
Poi, vedendolo scombussolato, e già quasi affranto, non sapendo più da che parte cominciare la lotta, lo rinfrancò di nuovo.
- Via, via! Tutto si accomoderà; tutto finirà il meglio possibile e pel bene della Chiesa e pel vostro. Ed ora vi chiedo scusa, ma debbo lasciarvi: rinunzio per oggi a vedere Sua Eminenza perchè mi è impossibile di aspettare più a lungo.
L'abate Paparelli, che era parso a Pietro di vedere girare furtivamente dietro di loro, aguzzando le orecchie, accorse di slancio, protestando a monsignor Nani che non v'erano più che altre due persone prima di lui. Ma il prelato assicurò molto cortesemente, che sarebbe tornato, l'affare di cui doveva intrattenersi con Sua Eminenza non essendo di nessuna premura. E si ritirò, con dei saluti pieni di urbanità per tutti.
Quasi subito venne la volta di Narciso.
Prima di entrare nella sala del trono, diede una stretta di mano a Pietro, ripetendogli:
- Dunque, siamo intesi. Andrò domani al Vaticano da mio cugino, ed appena avrò una risposta qualsiasi, ve lo farò sapere... Arrivederci.
Era passato il mezzogiorno, e non rimaneva nell'antisala che una delle due vecchie signore, che sembrava addormentata. Don Vigilio continuava a scrivere, seduto al suo tavolino da segretario, coprendo coi suoi caratteri minuti i fogli immensi della carta gialla. E solo di quando in quando i suoi sguardi foschi si staccavano dalla carta come per assicurarsi, nella sua perenne diffidenza che nulla lo minacciava.
Pietro rimase ancora un momento immobile nel largo vano della finestra, mentre nella sala si era fatto il più grande silenzio.
Ah! quant'ansia offuscava quella sua povera anima tenera ed entusiasta! Le cose gli sembravano così semplici, così naturali, quando aveva lasciato Parigi! Lo si accusava ingiustamente, ed egli partiva per difendersi; giungeva, si gettava ai piedi del papa che lo ascoltava con indulgenza. Il papa non era egli la religione incarnata, l'intelligenza che comprende, la giustizia che fa la verità? E non era anzitutto il padre, il rappresentante del perdono infinito, della misericordia divina, di cui le braccia rimanevano aperte a tutti i figli della Chiesa, perfino ai colpevoli?
Non doveva lasciare la sua porta spalancata, perchè i più umili dei suoi figli potessero entrare a dirgli le loro pene, a confessare i loro falli, a spiegare la loro condotta, a bere alle fonti della bontà sempiterna?
E fin dal primo giorno, ecco che le porte si chiudevano con violenza, ecco che egli si trovava tra gente ostile, in terra sparsa di agguati, solcata di abissi.
Tutti gli gridavano: guardatevi, come se corresse i pericoli più grandi o fosse per precipitare. Vedere il papa diventava una pretesa esorbitante, una cosa tanto ardua e spinosa, che metteva in subbuglio gli interessi, le passioni, le influenze di tutto il Vaticano. Ed erano consigli senza fine, raggiri lungamente discussi, tattiche da generali che conducono un esercito alla vittoria, complicazioni sempre rinascenti fra mille astuzie da cui trapelava il tenebroso brulichio. Ah! giusto cielo! come la realtà era diversa dall'accoglienza caritatevole che egli si aspettava, la casa del pastore aperta sulla via a tutte le pecorelle, le docili e le ribelli!
Quello che cominciava a mettergli paura, era la malvagità di cui s'indovinava confusamente l'agitarsi nell'ombra.
Il cardinale Bergerot sospetto, trattato da rivoluzionario e così compromettente che gli si suggeriva di non proferirne più il nome! Ricordava l'atto di sprezzo del cardinale Boccanera nel parlare del suo collega. E monsignore Nani che l'avvertiva di non pronunciare più le parole di "religione nuova", come se non fosse stato evidente per tutti che quelle parole significavano il ritorno del cattolicismo alla purezza antica del cristianesimo! Era questo dunque uno dei delitti denunziati alla Congregazione dell'Indice? Quei denunziatori, egli finiva col sospettarli e si sgomentava, perchè aveva ora la coscienza di una aggressione occulta contro di lui, di un grande sforzo per abbattere e sopprimere l'opera sua.
Tutto quello che lo circondava gli diventava sospetto. Voleva raccogliersi per qualche giorno, osservare e studiare quella parte nera di Roma, così nuova per lui. Ma, nella ribellione della sua fede d'apostolo, giurava a sè stesso, come aveva detto, di non cedere mai, di non mutare nulla, nè una pagina, nè una riga nel suo libro che manterrebbe in piena luce, come attestato incrollabile della sua fede.
Anche se fosse condannato dall'Indice, non si piegherebbe, non ritirerebbe nulla. E, se occorresse, uscirebbe dal grembo della Chiesa, giungerebbe fino allo scisma, continuando a predicare la religione nuova, scrivendo un nuovo libro, La Roma Vera, come, vagamente, cominciava a intuirla.
Senonchè, in quel frattempo don Vigilio avendo cessato di scrivere, fissava Pietro con sguardo così intenso che questi finì coll'avvicinarsi cortesemente per prendere congedo da lui. Nonostante il suo timore, il segretario si lasciò vincere da un bisogno di fiducia e mormorò:
- E' venuto soltanto per voi, sapete; voleva conoscere l'esito del vostro abboccamento col cardinale.
Non ebbero nemmeno bisogno di profferire il nome di monsignor Nani per intendersi.
- Davvero, lo credete?
- Oh! non v'ha dubbio... E, secondo me, agireste saviamente facendo subito, di vostra propria iniziativa, quello che egli desidera da voi, perchè è cosa assolutamente certa che lo farete poi.
Quelle parole posero il colmo al turbamento ed alla esasperazione di Pietro. Se ne andò con un gesto di sfida; oh, vedrebbero come si piegherebbe all'ubbidienza!
E le tre antisale che attraversò di nuovo gli parvero più vuote, più buie, più morte.
Nella seconda, l'abate Paparelli lo salutò con una piccola riverenza muta: nella prima il servitore sonnacchioso non parve accorgersi di lui.
Sotto il baldacchino, un ragno filava la sua tela, fra le nappe del cappello rosso. Non sarebbe stato meglio piantare il piccone in tutto quel passato fradicio, che cadeva in polvere, perchè il sole entrasse liberamente, rendendo al terreno purificato una fecondità giovanile?
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...
FINE Parte 1.